Non è facile, in questi tempi terribili, riuscire a non avere paura.

Questo virus che si diffonde veloce, che pare non fermarsi mai, mettendo in crisi le nostre speranze, le nostre piccole certezze. Non succederà mai più, da noi. Abbiamo più conoscenze, più possibilità di curarci. Solo nei paesi più poveri del mondo potrebbe arrivare ancora un’epidemia.
E invece.

E invece siamo qui, attoniti, spaventati, increduli, davanti a un morbo invisibile che non si ferma. Che colpisce e colpisce duro. Perché non solo (solo…) aggredisce le persone e ne uccide molte, soprattutto quelle più fragili, per l’età o le malattie, ma anche perché sembra toglierci l’umanità.

La cosa che mi fa più male è pensare che le persone muoiono da sole, spaventate, consapevoli, circondate da creature che non possono riconoscere, perché sembrano alieni usciti dai film di fantascienza. Vorrebbero parlare, e non possono, e supplicano con gli occhi di essere aiutati, di essere guardati, di non restare soli.

Ognuno è solo davanti alla morte. Quella soglia, ciascuno la varca da solo. Ma se, fino all’ultimo, una mano calda stringe quella ormai fredda, se una carezza asciuga il sudore o le lacrime, forse è un conforto, per chi se ne va e per chi resta. Questo virus ci ha tolto anche questo. Ci ha tolto l’ultima carezza, l’ultimo sguardo. Ci ha tolto la speranza.
E quando sembra di non poter più sperare, di non poter più nemmeno immaginare un futuro normale (daremmo tutto, oggi, per la normalità di prima…), di sentirci schiacciare sempre più in basso, è allora che capiamo cosa dobbiamo fare.

Sollevare piano la testa e guadare in alto. Per ritrovarci sotto una croce. Sotto quella croce. Accanto a Maria che non distoglie gli occhi dallo strazio del Figlio, che non si allontana per non lasciarlo solo.
Dobbiamo guardare a Gesù, perché la sua morte è la nostra salvezza.
Gesù è stato ucciso dal virus dell’odio, del rancore, della rabbia, della paura, dell’inerzia. Ha accettato quella morte, per noi.

I quadri che circondano e compongono questa crocifissione di Arcabas sono i virus del male. La strage dei bimbi di Betlemme, le stragi indicibili delle guerre, di tutte le guerre, l’arroccarsi dei potenti nella loro “gloria”, una chiesa che ha compiuto molti errori, non mettendo al primo posto gli ultimi. Tutto questo male, tutto il male del mondo, ha inchiodato Gesù su quel legno, lo ha ucciso tra mille tormenti.

Eppure, Arcabas, davanti a tanto strazio, ci regala la speranza. La speranza che ci spinge a guardare il Crocifisso come a un padre che ci ama, a un fratello che ci sta accanto, all’Amore che riempie la nostra vita.
E allora eccola lì, la bimba, seria, compunta, che ci fissa negli occhi mentre regge tra le mani il suo cartello. Eccola lì, a disegnare sul terreno l’ombra del suo piccolo corpo, un piccolo cerchio che è simile a quello disegnato dal teschio accanto.

Il teschio di Adamo sotto la croce del Cristo. La colpa che sotto quella croce, grazie a quella croce, viene perdonata. Ci guarda, la bimba, e ci invita a leggere il suo cartello.

EGO SUM. NOLITE TIMERE. Io ci sono. Non abbiate paura.

Non abbiate paura perché il Signore è con voi. Non abbiamo paura, perché il Signore è con noi. Cammina sulle nostre strade, entra nelle nostre case e nei nostri cuori. Ci raggiunge ovunque, anche se noi non possiamo raggiungerlo nella sua casa. Ci raggiunge lui nelle nostre.

Ci guarda con tutto l’Amore di un Dio che si è fatto uomo per morire per noi. Ci guarda e ci ripete, piano, nel cuore: non avere paura, io sono qui. E noi dobbiamo aggrapparci a queste parole, a questa speranza che è una certezza. Finirà. Non sappiamo il tempo, ma finirà. Potremo respirare un po’. Potremo ricominciare a vivere. E dovremo fare delle nostre vite qualcosa di bello, perché nulla sarà più come prima.

In foto: Arcabas, Hommage a Bernanos