di Rosella Ferrari

 

Mi sono imbattuta in questo quadro per caso e poiché mi ha incuriosito, ho cercato notizie dell’autore, che non conoscevo affatto.

Ho scoperto che Nathan Greene, artista contemporaneo, è considerato l’ultimo pittore “religioso” americano. La sua pittura è improntata ad un realismo contemporaneo, al quale egli aggiunge un elemento fisso, una specie di cifra identificativa, che è la presenza di un personaggio, sempre lo stesso, che vediamo anche in quest’opera. Il titolo dell’opera è “The healer”, letteralmente “il guaritore”; in realtà, la spiegazione che l’autore stesso dà di questo termine è chi ha la possibilità di curare senza usare la medicina classica.

Il quadro ci colpisce forte, con una mazzata, perché scene come questa fanno parte della nostra quotidianità da quasi tre mesi. Vediamo una stanza d’ospedale, un ospedale moderno, con attrezzature adeguate. Il paziente è sdraiato a letto, collegato ad un monitor che ne segnala le funzioni vitali. Un infermiere controlla attentamente il monitor, mentre una giovane dottoressa (o forse un’infermiera), controlla il polso dell’ammalato e gli deterge il sudore dalla fronte.

Capiamo che la situazione dell’uomo è critica: lo capiamo dall’atteggiamento del medico e dell’infermiere. Lo capiamo dall’espressione del paziente, sofferente e apparentemente semi incosciente. Sulle pareti della camera una macchia, quasi una nuvola scura, sembra voler scendere verso il paziente, e ci sembra la nuvola “della morte” di certi fumetti noir. La nuvola scura, però, non ha compito facile, perché la dottoressa, con la sua competenza ma anche la sua attenzione, la contrasta, sembra cercare di spingerla via, lontano dal suo paziente. Ma chi sta decisamente sconfiggendo la nuvola della morte è il personaggio sulla destra.

Non indossa un camice, ma una tunica; non è, evidentemente, un medico e nemmeno un infermiere o un inserviente. Non ci sono particolari tracce che ci dicano di chi si tratta, eppure lo capiamo, lo capiamo benissimo. Perché la mano appoggiata al cuore, quasi in preghiera, ma anche l’altra mano, appoggiata con dolcezza e forza insieme sulla spalla della dottoressa (che non ne sente la presenza, almeno non fisicamente), ma soprattutto la luce che dalla sua figura si alza decisa a contrastare la nuvola scura, ci parlano di Gesù. Gesù che guarda, col volto addolorato e amoroso insieme, l’uomo sofferente.

E allora questo quadro assume un significato profondo, e molto importante, soprattutto di questi tempi. Tempi terribili, nei quali la quotidianità, spesso spensierata, di prima (sembra un’altra vita, vero?) girava attorno alla paura e al dolore. Tante, troppe, persone care, ammalate. Tanti amici e conoscenti, ammalati. Persone per le quali si pregava, disperatamente, spesso senza parole, con un nodo in gola. Tante, troppe persone care scomparse.

Allo strazio delle morti si aggiungeva il dolore disumano della totale impotenza, dell’abbandono. Perché non è umano, non è normale lasciare soli i propri cari nel momento della malattia e della morte. Perché non è umano, non è normale, non potersi prendere cura, non poter fare visita, non poter seguire passo passo l’ammalato, accompagnandolo con amore. Non è normale sapere che una persona che si ama è ammalata, è in pericolo, a pochi chilometri o metri di distanza da te, e non poter andare a vederla… Non è normale, ed è straziante.

Quante volte, in questi tempi, abbiamo ripetuto, o sentito ripetere, la stessa, terribile frase: “l’hanno portato via e non l’abbiamo più visto. Ha sofferto ed è morto da solo…”. E’ la storia tragicamente comune a tanti, di tanti. Credo che ognuno di noi potrebbe dire nomi e raccontare volti. Tanti, troppi. E ogni nome e ogni volto portano, ad ogni pensiero, dolore e lacrime e preghiere. Con quel terribile ritornello: “è morto da solo”.

Poi, abbiamo saputo, da medici e infermieri – che molti definiscono giustamente eroi, ma che forse sarebbe meglio chiamare angeli – che hanno fatto l’impossibile per dare una carezza, sia pure resa fredda dai guanti; per asciugare l’ultima lacrima, sia pure con un panno sterile; per regalare un ultimo sorriso, sia pure nascosto dalla mascherina. E per questi “piccoli” gesti avranno la nostra riconoscenza e la nostra ammirazione, sempre.  Abbiamo saputo di tanti, troppi medici e infermieri che sono morti, per non aver voluto lasciare soli i loro pazienti…a loro la nostra preghiera e il nostro pensiero, sempre.

Non potrò mai scordare una telefonata, fatta una mattina per avvisare che non sarei andata al solito controllo in ospedale; non potrò mai scordare la voce di Catia, infermiera premurosa e amorevole e persona splendida, solare, disponibile, attenta e generosa; non potrò mai scordare quella voce tesa, che non sembrava nemmeno la sua; non potrò mai scordare quel momento di silenzio né le parole che lo seguirono: “Rosella, i miei vecchietti…stanno morendo”.

I miei vecchietti, disse. Parlava di centinaia di persone che regolarmente andavano da lei, in ospedale, per il controllo del medicinale e che lei conosceva per nome, uno per uno, e che per nome chiamava, quando lo vedeva alla porta: “vieni, Luigi, ti trovo bene!”. E Luigi, e ciascuno di noi, si sentiva a casa, in famiglia, sereno. E non ti pesava l’attesa. Perché c’era la Catia.

I miei vecchietti, disse. E sono certa che le passavano negli occhi e nel cuore i volti di ciascuno di loro. “Non venire, Rosella, non ora”. E così le mandavo un messaggino, la sera, per chiedere come stava, per dirle che pregavo per lei. Mi rispondeva con un cuoricino. E poi un giorno arrivò, invece, una foto. Lei, dentro un casco per respirare, gli occhi spaventati. Ho pianto. Tanto. E ho pregato, tanto. C’è voluto tempo, molto, ma ora Catia è a casa, e mi risponde con messaggi più sereni. Ci vorrà tempo, ma avremo di nuovo la Catia di prima. E lei porterà sempre nel cuore i suoi vecchietti…

Papa Francesco, durante una delle Messe mattutine di Santa Marta, che ci hanno dato compagnia e sollievo e carezze al cuore in questi tempi, parlando proprio di queste morti, ci ha detto e ripetuto, con dolcezza e dolore e decisione, che nessuno dei nostri cari è morto da solo. Nessuno, mai.

E allora questo quadro ci regala un po’ di consolazione. E allora sappiamo che Gesù, che guarda con affetto e amore e tenerezza infiniti l’uomo sofferente di questo quadro, ha fatto lo stesso con tutti i nostri cari che il virus si è portato via. E allora sappiamo che ha dato un po’ di coraggio e di forza in più a medici e infermieri, con la sua presenza e il suo sostegno.

E allora ci consola sapere che davvero nessuno è morto da solo: perché Egli era lì, e li ha presi per mano uno ad uno, e ha spazzato via le sofferenze e la paura e il dolore, e li ha portati nella luce e ha fatto respirare loro l’Amore.

Nessuno di loro è morto da solo.

 


Nathan Greene è nato nel 1959 nel Michigan e ha frequentato l’ American Academy of Art di Chicago. Credente, si è da subito dedicato a raffigurare la presenza di Gesù nella nostra vita, in ogni occasione e in ogni luogo. Le sue opere sono molto amate e sono esposte in luoghi simbolo della politica, della religione, della televisione e della cura.  Nel 1999, la Rasmussen Art Gallery del Pacific Union College ha organizzato una mostra di Nathan Greene dal titolo “Ritratti di Gesù”.