di Rosanna Virgili
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14 maggio 2020

La preghiera è un linguaggio universale che non appartiene solo all’homo religiosus ma interpreta tensioni dell’umano che trovano espressioni diverse, oggetti e metodi molteplici e creativi. Essa può essere intro-spettiva o psicologica, dedita all’intimità della persona, finalizzata a una conoscenza di sé, al piacere o alla pace interiore. Può essere contemplativa e declinarsi come una disciplina di pensiero, intellettuale, meditativa, rivolta all’intuizione, alla ricerca della verità o della bellezza. Può assolvere a un compito etico, credente o laico, che è quello di far da sostegno all’impegno civile, sociale, economico, dove sperare è il motore di ogni impresa individuale o collettiva. ‘Speriamo di uscire da questa pandemia’, dicono gli scienziati, i politici, i medici, mentre si adoperano in ogni maniera perché questo possa accadere. Avevano ragione i monaci di Montecassino, che diedero i natali all’Europa, nel coniugare l’ora al labora in un patto indissolubile.

Con buona pace di chi pensasse che pregare sia il contrario di operare e che per farlo occorra, prima, postulare l’esistenza di un Dio, partire da lassù e non da quaggiù, valgano le prove delle Scritture. Ciò che colpisce in esse è, innanzitutto, il modo di pregare, quindi la fonte, il ventre della preghiera. La sua prima comparsa è un grido che sale dal sangue di Abele per bocca della terra bagnata di violenza. Seguiranno le lacrime delle donne a farsi graffio di salmo agli orecchi di Dio. «Dio conta le lacrime delle donne», dice il Talmud, anche delle matriarche del mondo musulmano, come Agar, la madre di Ismaele. Fu a lei morente insieme a suo figlio, nel deserto, che l’Angelo di Dio si avvicinò per chiederle: «Che hai?» (Genesi 21,17). C’è una preghiera muta che avviene quando, nella mente, le parole non si formano più e la sintassi si scioglie in un delirio, in un tremore, in un vuoto disperato. Senza neppure il decoro e la compostezza che richiederebbe un Santuario. È il caso di Anna che fu creduta ubriaca, mentre: «Sono una donna affranta – ella spiegò – sto solo sfogando il mio cuore davanti al Signore» (1Samuele 1,15). La preghiera nasce come querela di un ‘diritto’ umano essenziale: la sete di vita, libertà, giustizia, felicità. I Salmi ne sono cattedrale.

Tra le tante situazioni che portano a pregare c’è anche la malattia infettiva: la lebbra. Nel lungo attraversare del deserto dell’esodo, Miriam, sorella di Mosè, diventò lebbrosa. «Dio, ti prego, guariscila», gridò allora Mosè unitamente a suo fratello Aronne (Numeri 12,13). Nella preghiera si rafforzano i legami familiari. E siccome tutto Israele era come una famiglia, nel tempo necessario all’isolamento – per sette giorni, fuori dall’accampamento – nessuno ripartì finché Maria non fu guarita. La preghiera non si sostituisce alle cure sanitarie ma rende la malattia un’occasione per cementare la comunità.

Pregare è caricarsi del peso degli altri. Come digiunare vuol dire far memoria della fame degli altri. Denunciarla, occuparsene, sapendo di non poterla soddisfare da soli. Il digiuno fu, in effetti, la prima ‘preghiera’ di Gesù, fratello e figlio della terra affamata. C’è un fatto curioso nei Vangeli: invece di essere il Maestro a farlo per primo, sono i discepoli a chiedergli: «Insegnaci a pregare». Avrebbero voluto, forse, una preghiera speciale che li identificasse come diversi dagli altri. Pensavano che il loro fosse un Dio lontano, invece era in Cielo: un abbraccio vicino a ogni punto della terra. Pensavano che per essere esauditi dovessero moltiplicare le parole, invece bastava la sincerità del cuore. Pensavano che Egli non conoscesse le miserie umane invece avrebbe potuto spiegargliele una a una. Pensavano che Dio avesse un nome proprio di cui potersi fare proprietari, ma Gesù li spiazzò: «Voi, dunque, pregate così: padre nostro» (Matteo 6,9). Quello di Dio era un nome comune, un semplice ‘padre’. Pensavano che la preghiera di ognuno venisse calcolata in un libro privato, invece essa finiva sul conto della comune Fratellanza. Proprio come quel Padre che si è pregato a Abu Dhabi nel febbraio 2019 e che si vuol pregare oggi per un mondo che soffre di pandemia, con un coro di voci e di gesti, un fecondo contagio d’amore.