Quaresima in quarantena

Non è mai accaduto nel corso della mia vita che il tempo della quaresima venisse a coincidere con il tempo della quarantena. Una quarantena che non finirà con la Pasqua.
Le porte delle nostre case rimarranno ancora serrate, quando risuoneranno i rintocchi che annunciano: il Signore è risorto. Ma se le porte delle case ci separano dall’abbraccio, possiamo sempre riaprire quelle del cuore e lasciare che la speranza risorga dalle ceneri della nostra paura. È una speranza ferita, che porta i segni delle nottate insonni e delle preoccupazioni; una speranza ruvida come le mani di una casalinga.
Prepararci a ripercorre la passione del Signore in questo momento storico sembra meno difficile, non è vero? Ora che abbiamo dovuto fermarci, che siamo stati costretti a rimanere in casa, lontano dai nostri amici, senza la possibilità di riunirci come chiesa, conosciamo un po’ meglio la solitudine e comprendiamo qualcosa di più su quella di Gesù, lasciato solo nel Getsemani. Quella preghiera sofferta, mentre i discepoli dormono, ci richiama la solitudine di quanti vivono da soli la quarantena.
La solitudine di Gesù ci ricorda quella degli anziani, degli ammalati, allontanati per esigenze mediche dai propri cari.
E anche la paura di morire, che Gesù conosce e che verbalizza nella preghiera del Getsemani : “se tu puoi, allontana da me questo calice”, la capiamo meglio in questo tempo di contagi, lutti, malattie. Il grido sulla croce: “mio dio, mio dio, perché mi hai abbandonato?” richiama quello soffocato dei tanti che muoiono da soli senza la presenza di un congiunto; o quello di chi si chiede dov’è Dio in questo tempo di malattia…
Alla soglia della passione
Entro nel cuore della Pasqua, nel tempo della passione, attraverso una breccia che l’evangelo di Luca ci apre per farci comprendere quanto andrà a narrare, l’episodio della vedova che dona tutto ciò che ha.
Il vangelo di Luca, per farci capire il senso della pasqua di Gesù, fa una digressione: ci porta nel Tempio, ci chiede di osservare quello che Gesù osserva e indica ai suoi. Un episodio marginale, ma collocato in un luogo strategico, alla soglia del racconto della passione. Un episodio che si pone come parabola per narrare la morte di Gesù, anche se qui di morte non si parla, e tanto meno della morte di Gesù. A dire il vero, non è nemmeno Gesù il protagonista, ma una povera vedova. Gesù è solo un osservatore.
L’idea di farci entrare nella passione attraverso una miniatura l’aveva già usata l’evangelista Marco. Ricordate? Il racconto della donna anonima che unge il capo di Gesù (Mc. 14,1-11). Luca riprende questo stratagemma, ma questa volta non siamo all’interno di una casa: siamo nel Tempio; e la donna non ha un tesoro da sprecare (olio di nardo purissimo dal valore di 300 denari): ha solo due spiccioli. Poca cosa per aiutare i poveri.
Una povera vedova ci introduce nel mistero della Pasqua.
Vedova, povera, inutile, l’anello più fragile della società. Eppure è lei che Gesù mette in cattedra per spiegare ai discepoli, ai futuri leader della sua chiesa, come si dona a Dio. Come si è chiesa! È come se Gesù stesse indicando ai suoi il destino della chiesa che, nella sua vedovanza, nella povertà, può donare tutto ciò che ha. Due modelli si scontrano: quello del potere istituzionale che ruba persino ai più poveri e quello della vedova. Poco prima Gesù aveva ammonito ai suoi di guardarsi bene dai responsabili religiosi, gli scribi, i quali passeggiano volentieri in lunghe vesti, amano essere salutati nelle piazze, e avere i primi posti nelle sinagoghe e nei conviti; 47 essi divorano le case delle vedove e fanno lunghe preghiere per mettersi in mostra… guardatevi da loro ma guardate invece a questa vedova e scegliete oggi che chiesa volete essere. (Luca 20, 46-47)
Oggi sento che in questa fragilità di liturgie, in questa assenza di celebrazioni la vedova nel tempio possa rappresentare meglio una chiesa in lutto, per la morte dei tanti anziani che la riempivano fedelmente, con la loro presenza fedele. In questi tempi, la chiesa, povera di eucarestia, senza celebrazioni liturgiche, può scegliere di vivere questo tempo rimpiangendo quanto perduto e immaginando, a fine clausura, di poterlo ritrovare per riprendere la vita ordinaria oppure può, far proprio questo modello ecclesiale scoprendolo capace di aprire una breccia di senso verso il mistero pasquale.
La povera vedova, un modello ecclesiale
Siamo tutti parte di una chiesa povera adesso: una chiesa che anche se ha luoghi dove potersi incontrare non può farlo.
Ci mancano gli abbracci, il contatto diretto, il poterci guardare negli occhi, tenerci per mano. Ci sentiamo come quella povera vedova, senza ricchezze da donare. Non abbiamo olio profumato per accompagnare il Signore nella sua passione; non abbiamo le forze, forse nemmeno le competenze per annunciare speranza in un mondo disperato. Cosa possiamo dare a Dio, in questo tempo di carestia, di restrizione? Nulla. Le nostre forze sono allo stremo, la speranza è quasi ammutolita dalla paura, le tasche quasi vuote: solo due misere monetine. Ma come si fa a curare il mondo con due monetine?
A scaldare il cuore pietrificato dalla paura per annunciare la speranza pasquale? Ricordate la favola della piccola fiammiferaia, che prova a resistere al gelo scaldandosi con soli tre fiammiferi? Oggi siamo questa chiesa vedova persino di speranza che prova a scaldare il cuore pietrificato dalla paura per annunciare la speranza pasquale…Ma quando ci abbandonano le forze e non abbiamo i mezzi, quando pensiamo di essere inutili, scopriamo che Dio la pensa diversamente. Gesù vede i tanti che donano molto nel Tempio, ma indica come esempio colei che non ha niente e dona tutto. Mi consola questo. Una chiesa povera di mezzi, di risorse, di forze, di salute, di membri, di giovani e ahimè, ora anche di anziani: questa povera chiesa viene osservata da Gesù e non solo non è disprezzata ma è additata come esempio di dono totale, nella misura in cui dona tutto il niente che ha. Mi dico: allora c’è speranza per noi, per la nostra chiesa! C’è ancora uno spazio di missione: siamo una povera vedova senza mezzi, ma Gesù si serve di noi, se ci fidiamo di lui e gli diamo tutto. È con i piccoli che Dio costruisce il suo Regno!
Due spiccioli di vita: gli anziani
C’è però un’altra ragione per cui questa scena mi parla particolarmente in questo tempo di preparazione alla pasqua: la fragilità di questa donna che dona a Dio tutto ciò che ha, anzi, letteralmente, tutta la sua vita, mi fa pensare ai nostri anziani. Non hanno davanti a loro una lunga vita come quella dei giovani; restano loro solo due spiccioli di vita, poca cosa rispetto ai 300 denari dei più forti. Gli anziani sono i primi colpiti dal virus e, osiamo denunciarlo, quelli meno tutelati nella malattia. Di fronte ad un sistema sanitario andato in tilt, le prime vittime sono stati gli anziani: non ricoverati tempestivamente o non protetti in tempo nelle case di riposo che son diventati luoghi di morte. E questo perché, più o meno esplicitamente, viviamo in un tempo che giudica la vita di un anziano meno preziosa rispetto a quella di un giovane. È significativo il caso di un vecchio prete che rinuncia al respiratore in favore di un ragazzo: gesto generoso di martirio. Ma ci chiediamo: perché abbiamo messo un uomo nelle condizioni di dover decidere tra al sua vita e quella di un ragazzo? Se la nostra società pensa che gli anziani valgono poco, sono poco più che spiccioli del tesoro della vita, Gesù non sembra pensarla così. E non ci vuole molto per capirlo: quando muore un anziano, muore la memoria, il rapporto con le generazioni. Non muore un anziano, ma una persona, un mondo che lascia un vuoto nei legami creati. Una società che non sa riconoscere l’importanza degli anziani è una società destinata ad ammalarsi di efficienza, produzione, ipertensione.
La vedova, figura della vita di Cristo donata
Gesù indica in una povera vedova, probabilmente anziana, colei che ci può introdurre nel cuore del mistero pasquale. La vedova rappresenta la vita di Gesù; questa donna fa un gesto simile a quello che di lì a poco lui stesso farà: donare tutto, tutta la sua vita. Volete capire come si dona a Dio? Imparate da questa povera vedova che ha donato tutto il resto della sua vita, gli scampoli dell’esistenza. La Pasqua è questa: dono totale di se’. Vita offerta come dono. Non ci salvano ricchezze e potenza ma la vita rischiata, non trattenuta, donata. Non ci salvano le assicurazioni, ma la generosità di chi non ha paura a dare il poco che ha.
Vedi quella vedova che dona tutto? E’ Gesù che dona tutto sé stesso per noi…vuoi essere la sua chiesa? Nella tua povertà, dona, non una parte, dona tutto quello che hai e se non hai nulla, dona tutta la tua inutilità. La tua debolezza, lo scampolo di speranza che ancora ti resta e sarà Pasqua, sarà risurrezione…perché in te, chiesa in lutto, la gente vedrà la presenza reale di Cristo, dono di Dio per noi.