In questi giorni tristissimi

In questi giorni tristissimi, impossibili persino da immaginare fino a poco fa, ci siamo scoperti per quello che siamo: fragili, indifesi, pieni di limiti. Ci credevamo immortali, o quasi. Ed è proprio in quanto convinti di essere diventati immortali e di vivere in una società ormai post-mortale, che ora, nel momento in cui acquisiamo coscienza della nostra condizione, ci troviamo irrimediabilmente catapultati in una situazione di angoscia. Inevitabile, persino logico. Umano, anzi. Siamo catapultati altrove, e non possediamo gli strumenti per decifrare quanto ci sta accadendo.

In questi giorni tristissimi, da teologo, mi domando spesso: ma la Bibbia, in frangenti simili, può parlarci, o è bene tenerla chiusa, accettare il silenzio irreale che domina le nostre città (e le nostre case), e attendere tempi migliori per riprenderla in mano?

E mi rispondo così. In effetti, l’esperienza della fragilità umana e delle sue istituzioni, pubbliche e private, la sperimentarono già, in diversa misura, gli uomini e le donne della Scrittura: talvolta cercando di rintracciarvi un rimedio nel riporre una fiducia sconfinata nel Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe; oppure non trovando risposte convincenti alla propria ricerca di senso, fino a spingersi a urlare contro il cielo, a bestemmiare senza ritegno di fronte al male pervasivo e persino a morire nel dubbio atroce di avere sprecato clamorosamente i pochi giorni trascorsi in vita. Del resto, lo stesso Gesù muore solo, abbandonato dagli amici e appeso su una croce, il supplizio peggiore che si potesse immaginare alla sua epoca, gridando a gran voce il proprio sconcerto: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15, 34). Aprendo dunque all’ipotesi che persino una vita bella, buona e piena come la sua sia stata irrimediabilmente segnata dalla sconfitta, dalla tragedia irrisolta, dalle mancate risposte alle promesse divine (è ciò che notava Sergio Quinzio nel suo illuminante La sconfitta di Dio). Si noti: la rilevanza della Bibbia non riguarda soltanto aspetti legati alla fede. Seguendo una suggestione del cardinal Martini, in una società di laicità matura potremmo evidenziarne anche il carattere di libro che educa: non solo come libro letterario ma anche come testo sapienziale, “che esprime la verità della condizione umana, di qualunque continente e cultura, può sentirsi specchiata almeno in qualche parte di esso”, e come libro narrativo. In tale direzione, lo è “perché descrive le vicende di un popolo nell’ambito di altri popoli attraverso un cammino progressivo di liberazione, di presa di coscienza, di crescita di responsabilità del soggetto individuale, fornendo un paradigma storico valido per l’intera storia dell’umanità”. E’ in uno scenario del genere che mi ostino a pensare che la Bibbia, in questi tempi incerti, potrebbe rivelarsi uno strumento prezioso per fare qualche passo in avanti, nonostante tutto. Forse per trovarvi qualche ragione di consolazione, ma sicuramente per accorgerci che molti fra i suoi protagonisti sperimentarono situazioni simili a quelle che stiamo vivendo noi oggi: vissero dei lutti insensati, piansero, si disperarono, si sentirono abbandonati dagli amici e persino da Dio. Ma Dio non li abbandonò, si disperò e pianse con loro. Sì, non disponiamo di alcuna certezza, ma perché non coltivare la speranza – anche in questi giorni tristissimi – che nulla andrà perduto, dell’amore che abbiamo vissuto, donato e ricevuto? Che anche il più disgraziato fra gli uomini, come auspicava Fabrizio De André, possa alla fine dei conti “consegnare alla morte/ una goccia di splendore/ di umanità/ di verità”?

Brunetto Salvarani