Giobbe nella tempesta

C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce.”

Leonard Cohen, Anthem

Anche per chi la Bibbia non la frequenta proprio, è proverbiale riferirsi alla pazienza di Giobbe, e alludervi come all’emblema universale di una sopportazione forse pia (troppo pia?) e senz’altro spinta fino all’inverosimile. Testimonianza, una volta di più, di come la Bibbia sia un autentico libro assente quanto frainteso, nella nostra cultura; talora citato, sì, semmai di sfuggita, ma ben poco letto. Se c’è qualcosa di evidente, nelle tormentate vicende di questo personaggio che nelle pagine bibliche affiora dal nulla – un non ebreo, un idumeo abitante della terra di Us – è il carattere tutt’altro che paziente, anzi! Giobbe è, piuttosto, una dimostrazione di come le relazioni affettive fossero, già al tempo delle Scritture ebraiche, materia estremamente delicata: siano esse rivolte alla persona che si ama, e che – come in questo caso la moglie del protagonista – spesso non ti capisce, e può spingersi persino a canzonarti per la tua incrollabile fede in Dio; oppure a Dio stesso, che è disposto a renderti oggetto di una scommessa fatale, facendoti provare le peggiori catastrofi senza batter ciglio. E’ quanto accade in questo libro, che in questi giorni andrebbe letto e riletto, ritengo con molto frutto per la nostra eventuale fede, e senza dubbio alcuno per la nostra psiche.

Giobbe “non lo conosce nessuno (…). E’ un uomo misterioso, contemporaneo mio e tuo, perché ha vissuto quello che viviamo noi, perché si è fatto le stesse domande che ci facciamo noi, domande attuali, cui noi non riusciamo a rispondere come non ci è riuscito lui”: così Elie Wiesel. Mentre san Girolamo, più di un millennio e mezzo prima, nell’introdurre la sua traduzione del libro in latino, si premuniva così: “Spiegare Giobbe è come tentare di tenere tra le mani un’anguilla o una piccola murena: più forte la si preme, più velocemente sfugge di mano”. Molteplici interpretazioni, altrettante letture per un libro, il più noto fra quelli sapienziali, forse anche proprio perché contesta sin dalle sue radici la sapienza consueta d’Israele. In effetti, di Giobbe non sappiamo null’altro, se non ciò che di lui ci racconta, con efficace sobrietà, la Bibbia stessa. Mentre il profeta Ezechiele vi accenna come a un eroe dei tempi antichi (Ez 14,14.20), accostandolo nella sua giustizia a Noè e a Daniele, il libro da cui prende il nome lo presenta – in un avvio dal sapore favolistico – come uno straniero, un edomita, addirittura “il più grande fra tutti i figli d’Oriente” (Gb 1,3), fatto oggetto di una tremenda scommessa intercorsa, nientemeno, tra Dio e Satana. La cui vittima designata è appunto lui, “integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male” (1,1), uomo ricco, irreprensibile e timorato dell’Altissimo, costretto a causa di quella famigerata scommessa a subire ogni sorta di tribolazioni. Sarà dunque messo alla prova: la sua provata fede e la sua rinomata giustizia sono disinteressate e gratuite oppure, colto da continue calamità, egli finirà per volgere le spalle al suo Dio? Grazie alle informazioni fornitegli da quattro affannati messaggeri, apprende così che gli sono venuti meno improvvisamente i suoi beni, poi i figli e le figlie, quindi è attaccato nel suo stesso corpo da una piaga maligna, sino a farsi deridere beffardamente dalla moglie, per la sua pervicacia nel benedire Dio, nonostante tutto (lui: “Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”, 1, 21; lei, che immaginiamo stizzita: “Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!”, 2,9). Una sofferenza estrema, assurda e ingiustificata, stando alle canoniche tesi di una giustizia divina puramente retributiva, quella di Giobbe. Da una simile situazione, del tutto imprevista e imprevedibile, e dall’interrogativo radicale su di un tale capovolgimento delle sorti, sorge un’intensa teoria di discussioni, inizialmente tra il protagonista e un trio di amici (Elifaz, Bildad e Sofar), emblematici del più consolidato ma consunto e banale sapere teologico ebraico, successivamente con un altro amico, Eliu, e infine con Dio stesso, finalmente, in un duello faccia a faccia. E Giobbe, che vacilla e protesta apertamente la propria innocenza, si mostra a più riprese sul punto di negare le ragioni della sua fede: sino a vedersi reintegrato nella condizione originaria, anzi, a divenire doppiamente più ricco di prima, nuovamente circondato dall’affetto di sette figli e tre figlie, e a morire in stato di shalom, saturo di anni al modo degli antichi patriarchi d’Israele (42,17). Un classico happy end, che peraltro non sottrae neppure un’oncia di drammaticità al testo biblico. Vale la pena di rammentare, del resto, che ai tempi della sua stesura Israele non aveva certo un’idea chiara dell’aldilà, e neppure era consolidata l’idea di un giudizio divino dopo la morte, che servisse a riequilibrare le ingiustizie terrene…

Anche Giobbe si cimenta a decifrare il senso ultimo dei sovvertimenti della vita, senza peraltro trovare una risposta definitiva. E’ la questione delle questioni, che accompagna ogni esistenza umana, e persino – se così si può dire – quella divina. Fino ad accorgersi, paradossalmente, che Dio è fragile. E che, come ogni essere umano, si sforza di resistere al male con soluzioni parziali. E’ fragile, eppure non si sottrae al negativo della storia, ai sismi della vita, preoccupato di salvarsi. Come chiunque altro si ribella, non si arrende e ricomincia, sempre di nuovo, la lotta per strappare al caos il mondo. Una giovane discendente di quell’antico uomo di Us, lei sì ebrea, Etty Hillesum, nel suo commovente Diario, giungerà a comprendere di fronte al buco nero di Auschwitz che questo Dio fragile va, paradossalmente, aiutato a sopravvivere. Più che aspettarsi di essere salvati da Lui, sono gli uomini a dover estrarre dalle macerie quel Dio che i terremoti della storia vorrebbero annoverare tra le vittime. Di quali capovolgimenti è capace l’amore! Che è più forte della morte, sostiene la Bibbia in un versetto chiave (CdC 8,6), e sa intonare il canto persino nel cuore di una tragedia. A patto, però, di condividerla, di non evitare l’urlo, prima, e la domanda, dopo. Per riuscire a vedere un Dio così è necessario essere compagni di Giobbe, fino in fondo. La fede, come la vita, può sempre trovare nuovi inizi, ma bisogna trovare il coraggio di abitare la tempesta: questo narra la Bibbia. In effetti, come altri libri del Primo Testamento – penso soprattutto a Qohelet e al Cantico dei Cantici – Giobbe, chiamando in tribunale e tenendo testa al suo Creatore, di fatto demolisce efficacemente quella sintesi umana e teologica che la fede di Israele si era faticosamente costruita lungo i secoli: pur senza essere in grado di elaborarne una nuova, risolutiva. Ma va bene così.

Brunetto Salvarani