Pubblichiamo un nuovo post dei nostri volontari impegnati in un lungo viaggio in Calabria.

Matteo Luzza è un esempio di uomo coraggioso nella lotta alla ‘ndrangheta, testimone dell’atroce violenza subita dal fratello Giuseppe, ucciso il 15 gennaio 1994, riconosciuto vittima di mafia. Matteo sostiene che la morte del fratello è stato un avvenimento traumatico, devastante, inspiegabile per una famiglia pulita e corretta come la sua. Pino, cresciuto ad Acquaro, nel Vibonese, lavorava con il padre nell’impresa edile di famiglia, era un ragazzo disponibile, volenteroso, era un normalissimo adolescente, poco più che ventenne, caduto solamente nell’errore di innamorarsi di una ragazza a lui non destinata. La sorella della ragazza, era la moglie del boss Antonio Gallace, oggi all’ergastolo con sentenza resa definitiva dalla Corte di Cassazione. Gallace considerava “roba sua” la vita della cognata. Pino fu ucciso brutalmente dai killer della Piana, dopo essere stato stordito fu gettato in una buca, cosparso di benzina e bruciato insieme a dei tappetini di gomma d’auto e, ancora non soddisfatti, i killer a turno spararono sul suo corpo. Una violenza atroce, spropositata e gratuita. Pino non era un criminale, era solo un normalissimo giovane innamorato della vita, ma la normalità purtroppo in Calabria è un lusso che non è concesso a molti. Il corpo fu ritrovato il 21 marzo successivo, su indicazioni dell’esecutore, nel frattempo diventato collaboratore di giustizia.
Tante volte si pensa che una persona venga uccisa per qualche tipo di legame con questo ambiente, ma in realtà si può morire anche da innocenti. Matteo sentiva la necessità di reagire a quel dolore, a quella solitudine che tormentava il suo stato d’animo. Matteo era timido inizialmente e, nel rapporto speciale con suo fratello, trovava la sua forza. I primi periodi dopo l’accaduto sono stati tragici, poi l’incontro con Libera l’ha portato a cercare un senso a quella morte. Il cambiamento è stato quello di trasformare la rabbia e la solitudine in altro.
Matteo Luzza è il responsabile regionale di “Libera memoria”.

L’intervista

La mia vita, la vita di tutta la famiglia dopo la morte di Pino è cambiata radicalmente. Noi tutti, familiari delle vittime innocenti, diciamo che le nostre vite sono distinte da tre momenti. Il primo momento, la vita di “prima” dell’evento, la normale vita di famiglia con tutti i problemi, ma soprattutto le gioie degli affetti. Il secondo momento tragico è quello dell’evento luttuoso, che porta con sé trauma, shock, smarrimento. Il terzo momento, la vita successiva che è fatta di rabbia, perdita di fiducia e solo se hai la fortuna, come è successo a me, di incontrare le persone giuste, capisci che la rabbia e la chiusura non servono, ma occorre raccontare, parlare, dire chi era la vittima e narrarne i momenti della vita quotidiana. Solo così le mafie non riusciranno mai nel loro intento, quello di volerti uccidere due volte, e la seconda è quella di ridurti al silenzio della disperazione ed è per sempre.
Nella nostra vicenda familiare abbiamo incontrato sin dall’inizio tanta solidarietà. Viviamo in un piccolo comune della Calabria, ci conosciamo tutti. Tutti conoscevano Pino e la nostra generosa famiglia. E un omicidio di mafia sconvolge l’intera popolazione, ma è significativo, oltre che doloroso, perché racconta la triste realtà e la storia del nostro territorio.
Dopo un periodo buio chiusi in noi stessi, l’incontro con la rete di Libera e con gli altri familiari vittime innocenti di mafia, ha fatto in modo che l’elaborazione del dolore e del lutto fosse tutta indirizzata verso un racconto e una narrazione del fenomeno mafioso, non solo per raccontare storie di cronaca e di morte, ma per valorizzare il bello e legale che negli anni si è riusciti con tenacia e con forza a costruire. Non è facile contrastare le mafie, ma ognuno di noi deve fare la sua parte, la dignità della persona è fondamentale, è la sacralità della vita.
I mafiosi dall’alto della loro padronanza si avvalgono della dignitudine, la considerazione che gli altri hanno nel mondo della ‘ndrangheta, quindi la dignitudine è quella sorta di intersezione tra i concetti di onore e di riconoscimento pubblico e privato che la persona a capo della ‘ndrangheta locale deve avere. La ‘ndrangheta locale deve esercitare soprattutto il controllo sulle persone, sulle loro vite, sulla loro impossibilità di fare scelte libere. Tutti gli appartenenti al nucleo familiare, diretti o indiretti, devono stare e sottostare agli ordini e alla volontà di chi si assurge a capo, altrimenti la considerazione degli altri mafiosi nei loro confronti viene meno, “diranno di te…” se non hanno il potere di controllare ed imporre agli appartenenti alla loro famiglia, a qualsiasi livello di parentela, le loro supreme volontà. Non esiste che un ragazzo normale, perbene, osi sfidare l’onore e la dignitudine di uomini mafiosi. Innamorandosi della “loro” donna, mette anche in discussione la virilità dell’uomo mafioso che risponde esercitando il suo potere e, non solo ammazza il rivale in amore, ma ne fa sparire il corpo. Riappropriandosi così della donna, della sorella e insieme della propria mascolinità. Perché alla dignitudine non si può rinunziare.
Purtroppo il livello di istruzione per gli affiliati alle consorterie criminali è molto basso. L’abbandono scolastico porta alla vulnerabilità e fragilità, terreno fertile per adescare e condurre sulla strada della criminalità giovani e adolescenti allettati dal guadagno facile, dai pochi spiccioli loro offerti. La mancanza, in alcuni contesti e quartieri, di momenti di aggregazione e di vita sociale, porta alla devianza di molti giovani verso situazioni di disagio e di rischio. L’unico strumento di contrasto è la cultura, la conoscenza, e la presenza delle istituzioni. Gli stessi figli dei mafiosi, crescendo in questo ambiente, sviluppano solo una concezione di vita mafiosa e quindi non sono liberi di scegliere. Solo lo studio e l’incontro con la vera realtà, potrà far germogliare in loro la voglia di cambiare e ridargli speranza di un nuovo riscatto.
Determinante in questa terra, che è abbandonata da tutti, è il lavoro, lo studio, il vivere in realtà dove le istituzioni, la chiesa, la scuola, la famiglia siano presenti, attenti, coinvolgenti, per proporre modelli di vita che abbiano il valore della legalità. Il lavoro sicuramente è fondamentale perché la precarietà, il non avere reddito, il dover ‘chiedere’ sono tutti fattori che rendono fragili e pericolose le scelte di vita, in cambio della libertà.

GIulio&Gianrica