«È stato il vento a portare quel veliero, ma da lì è nato un modello. All’inizio non c’erano progetti, non avevamo un euro, giorno dopo giorno è nata l’idea di ripopolare quei luoghi». Riace, 1998.

Il paesino di Riace è famoso per il ritrovamento dei suoi bronzi, custoditi nel museo di Reggio Calabria. Con il treno saliamo a Rosarno diretti a Reggio Calabria, molto affollato ma due posti liberi in fondo al vagone li troviamo, a metà percorso sale un ragazzo africano e si siede accanto a una signora che immediatamente si mette a gridare con l’aggressività di una belva, rivolta contro il giovane che le sta a fianco, e che magari involontariamente l’ha toccata con il gomito o con la gamba. Aggrava la situazione il fatto che il giovane, con lo sguardo mite e impaurito, cerca di scusarsi e facendolo si protende verso la signora, la quale diventa ancora più indisposta e rabbiosa. Interviene allora una signora di colore, molto pacata, con voce calma e sicura, si rivolge al giovane dicendogli di non insistere, di stare al suo posto tranquillo, di non continuare a scusarsi perché avrebbe peggiorato la situazione, di badare a se stesso perché non si può essere amici di tutti, ci sono persone che non ci vogliono, è inutile insistere, meglio tacere. E lo fa chiamandolo “figlio mio”. A questo punto ci rivolgiamo alla signora africana con un sorriso di ammirazione. Lei ci fissa e in quello sguardo a metà tra gioia e dolore, tra orgoglio e umiliazione, tra vittoria e sconfitta, intravediamo quella luce buona, sempre un po’ malinconica, della saggezza e la sua commovente bellezza.

La Calabria non è una terra facile da abbracciare, alcune volte ti senti confuso, ma nella Piana di Gioia Tauro, quasi in un ambiente di frontiera, ci siamo lasciati interpellare dai problemi della gente per capire di più, ascoltare di più, seguire e intuire di più. Secondo un nostro pensiero crediamo si debba cambiare la logica che si è creata negli anni dell’assistenzialismo, che ha distrutto la mentalità del reagire, del costruire con le proprie mani, del fare cooperativa per favorire lo sviluppo di una cultura positiva. In questo periodo c’è un estremo bisogno di manodopera, per la raccolta delle olive e degli agrumi e i comuni della Piana hanno adottato la politica del respingimento, non concedendo il domicilio agli immigrati, costringendoli ad andarsene altrove e delegittimando nuovi arrivi. Una mano per aggravare la situazione l’ha data pure il governo con il reddito di cittadinanza, infatti molti agricoltori e non solo, che stavano lavorando regolarmente hanno preferito il licenziamento, pur con un reddito inferiore ma sicuro. Logicamente queste persone un lavoro in nero lo troveranno sempre, ma questo non fa che accrescere la disonestà e aprire le porte alla mafia.

La Calabria non è mai stata aiutata con un’alleanza intelligente e strategica per combattere la mafia, si è sempre ritenuto che fosse un problema del Sud. Ma le mafie oggi, sono sempre più mafie degli affari, anche se non dimenticano le tradizioni e connotazioni, la terra d’origine è sacra. La scelta criminale di insinuarsi silenziosamente nell’economia, la spiccata capacità espansiva, anche a livello internazionale, la notevole forza corruttiva hanno trasformato le organizzazioni mafiose in una dinamica e spregiudicata holding economico-finanziaria. Il tessuto sociale di Calabria molto fragile va sostenuto e quindi il primo impegno è quello di rafforzarlo creando legami, suscitando relazioni, dando vita a una serie di presupposti capaci di resistere e insieme contrastare questa fragilità. Serve un lavoro di rete, risposte all’illegalità con una condotta di vita onesta, coraggio nel contrastare quotidianamente ogni piccolo gesto di favore mafioso.

Nella Piana di Gioia Tauro abbiamo incontrato molti immigrati, abbiamo parlato, ascoltato le loro storie e ci hanno trasmesso la semplicità di persone in grave stato di sofferenza. Giovani che hanno provato a fuggire dai loro inferni, dove all’origine ci sono sempre guerre, alimentate dagli interessi e dall’avidità di gruppi di potere che considerano l’umanità alla stregua di un sottoprodotto scadente, ingombrante, da usare e poi gettare. Una rapina violenta che si consuma ogni giorno sotto i nostri occhi, un assalto alla dignità dell’uomo.

All’incrocio principale di Rosarno c’è una rotonda e al centro una statua raffigurante la “Madonna nera”, seduta sul trono regale, quasi a vigilare su tutta la popolazione, protettrice dei pellegrini, siano essi per mare o per terra. Ruotano attorno moltissime auto guidate da bianchi, ma anche tante biciclette condotte da africani neri, come a significare la diversa condizione delle persone.  Probabilmente l’errore che commettiamo, noi che viviamo all’interno della cosiddetta Fortezza Europa è crederci salvi, sentirci superiori, diversi da chi è stato inghiottito dal mare, o ha rischiato di esserlo, nel tentativo di raggiungere la terra promessa. La Madonna perché donna, è il simbolo della fragilità della condizione umana, ma anche della forza e del coraggio di accettare il nuovo, il diverso che arriva e di lottare per i propri figli. Solamente la fratellanza con coloro che sono stati salvati e con coloro che non ce l’hanno fatta ci potrà proteggere dall’orrore del razzismo perché tutti abbiamo bisogno di un giubbotto di salvataggio e di qualcuno che ci custodisca. Questa Madonna nera è un faro nel buio di Rosarno perché indica a noi la strada per arrivare all’incontro.

Quest’anno sarà per noi un Natale diverso, con pensieri e ricordi confusi, perché la rielaborazione di ogni esperienza ha bisogno di tempo, ma una certezza che la Calabria ci ha regalato è questa: chi insegna nella vita non è chi sa di più, ma è chi soffre di più. E ciò che più è disprezzato diventa prezioso e quello più evidente non costituisce realtà. Ogni autentico slancio d’amore rende poveri, ma è la vera ricchezza che non viene meno.

Buon Natale agli amici di Molte Fedi e a tutte le persone che in questo periodo ci hanno accompagnato.

Giulio&Gianrica