Gianrica e Giulio, volontari di Molte Fedi, impegnati in questi mesi in Calabria, hanno intervistato Bianca Stancanelli,  l’autrice del libro La pacchia: vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia.

L’accoglienza, prima che di parole, è fatta di gesti: doni concreti che esprimono disponibilità a ospitare l’altro, a curare le sue necessità, a prenderlo in casa. L’accoglienza prima di essere un tema da studiare, una teoria da insegnare, è una pratica da narrare. Di essa non si raccontano le strategie organizzative o le tecniche più efficienti ma ciò che qualcuno in un preciso momento, senza organizzazione, senza preventivi, ha posto in atto. In modo libero e gratuito. Con un sorriso, una coperta, un pezzo di pane.

Ricordo ancora quel giorno di giugno del 2018 quando sentii alla radio che in Calabria un giovane del Mali era stato ucciso con una fucilata perché “rubava” lamiere in una fornace abbandonata. Mi indignò l’uso di quel verbo: “rubare”. Mi indignò l’idea che si insultasse un uomo che era stato assassinato, un uomo così povero da aver bisogno di raccogliere rottami abbandonati per farne una baracca. Erano i giorni in cui Matteo Salvini aveva lanciato contro gli immigrati quella formula odiosa: “la pacchia è finita”. La morte di Soumaila Sacko, nella sua tragicità, era la testimonianza della falsità di quella formula, e del suo potenziale di violenza. Decisi di scavare in quella storia, di ricostruirla perché non volevo che fosse dimenticata, che scivolasse via dalla memoria collettiva dopo il primo momento di emozione.
Tra la notte del sabato e l’alba di domenica 3 giugno la notizia della morte di Soumaila si propaga con la velocità di un incendio. E nel rincorrersi di post sui social quella stessa notizia diventa doppia. Nei tuguri di San Ferdinando, nelle baracche dal pavimento di eternit e del tetto di plastica e lamiera, nei casolari diroccati nelle campagne di Taurianova, nei container scrostati alla periferia di Rosarno è un urlo: è stato ucciso un fratello, un nero, uno di noi.

La piana di Gioia Tauro è uno dei luoghi in cui appare con maggiore chiarezza la difficoltà che l’Italia ha nell’accogliere in maniera dignitosa gli immigrati e nell’integrarli. È una difficoltà particolarmente forte per i flussi migratori dall’Africa. Giuseppe Lavorato, che fu sindaco di Rosarno alla metà degli anni Novanta, ricorda che il suo Comune inventò una Festa della fratellanza universale, che si celebrava il 6 gennaio con un allegro ballo in piazza. Poi cambiò la guida dell’amministrazione, vennero tempi più duri: di sfide e di aggressioni contro gli africani. Nel gennaio 2010, dopo il ferimento di alcuni immigrati, ci fu la rivolta dei neri di Rosarno e la ‘ndrangheta soffiò sul fuoco, con astuzia. La ferita di quei giorni non si è mai rimarginata del tutto, anche perché, con gli anni, la politica ha trovato molto comodo, in una Regione povera e depredata come la Calabria, spostare sui migranti il risentimento e il rancore popolare per una condizione civile degradata.

Fortunatamente ci sono anche esperienze positive e ho raccontato nel libro la storia di Drosi, una frazione di 900 abitanti del comune di Rizziconi, a una decina di chilometri da quella che fu la baraccopoli di San Ferdinando, dove gli immigrati dall’Africa vivono tranquilli in appartamenti in affitto, pagando regolarmente. A compiere il miracolo sono stati un pugno di uomini di buona volontà, legati alla parrocchia e alla Caritas, con un lavoro paziente di persuasione, di convincimento. È quest’opera tenace di persuasione che è mancata da parte delle amministrazioni locali, dalla Regione ai Comuni, benché da anni si vadano accumulando protocolli d’intesa e si convochino tavoli di discussione sull’utilizzo delle case sfitte. Senza contare che costruire tendopoli, l’una dopo l’altra, mandandole spensieratamente in rovina per poi tirarle su a poca distanza, è un modo per drenare risorse pubbliche e l’emergenza è un magnifico pretesto per spendere senza troppi controlli. Una pacchia, una delle tante pacchie sulla testa dei migranti, che ho voluto raccontare nel libro.

Dialogando con gli immigrati, il loro desiderio primario è il posto di lavoro, sempre accompagnato dalla parola padrone. Mi ha sorpreso sentirla pronunciare così frequentemente dai braccianti di San Ferdinando, come se davvero non avessero un altro modo per indicare i datori di lavoro. Antico, e vergognoso, è anche lo sfruttamento che è pratica comune nelle campagne italiane, e non solo nel Mezzogiorno. È uno sfruttamento noto, studiato, denunciato. Per contrastarlo stanno nascendo e moltiplicandosi iniziative interessanti; racconto nel libro, per esempio, delle cooperative “Valle del Marro” e “Mani e terra”; nel mondo della grande distribuzione si comincia a vedere qualche tentativo di promuovere una “filiera etica” di produzione, anche perché tra i consumatori va avanzando la volontà di non essere complici dello sfruttamento, con un consumo acritico. Quanto al caporalato in Calabria le responsabilità delle istituzioni sono pesanti: in un territorio dove la proprietà è parcellizzata e i trasporti pubblici inesistenti, il capo nero – e, più raramente, il capo bianco – che ti accompagna sul luogo di lavoro e ti riporta poi alla tua tenda o alla tua baracca diventa quasi un servizio sociale, benché questo sia intollerabile.

E infine nel libro ricostruisco anche gli insulti lanciati sui social, in morte di Soumaila. Uno, apparso su Facebook, mi ha colpito particolarmente: “tra i negri e i calabresi chi è più scimmia?”. Dal ventre della società italiana – quella famosa “pancia del paese” alla quale la politica si rivolge con fin troppa disinvoltura – sentiamo venire reazioni che ci sorprendono per violenza, per volgarità. Questo cattivo umore collettivo, questo rancore generalizzato che percorre l’Italia da nord a sud trova in Salvini un manipolatore scaltro, abilissimo nell’indirizzare verso i più deboli, e gli immigrati in particolare, l’insoddisfazione per una crisi – economica, sociale, ma soprattutto morale – dalla quale non si avvista via d’uscita. C’è in Calabria un bellissimo e vivace tessuto di associazioni, di volontari, di cooperative, ma non riesce a fare argine all’onda lunga della destra che tracima e che rischia di affermarsi anche nelle prossime elezioni regionali, nel gennaio 2020.

Giulio&Gianrica