Se i mandarini che stiamo mangiando sono stati raccolti da lavoratori in nero e sfruttati come schiavi, hanno un sapore amaro. Caporalato, documenti, integrazione, cosa fa il sindacato, un incontro con Rocco Borgese segretario CGIL Gioia Tauro.

Per contrastare il lavoro nero nel settore agricolo noi della CGIL siamo sul campo da diversi anni. Dal 2007 nella Piana di Gioia Tauro c’è molto sfruttamento e noi rispetto ad altre realtà sindacali ci siamo sempre stati e continuiamo ad esserci. Abbiamo istituito il cosiddetto sindacato di strada, ci alziamo la mattina presto e partiamo dalla sede centrale per addentrarci nei vari campi dove c’è la raccolta di arance/mandarini/kiwi e delle olive. Il primo giro che facciamo lo effettuiamo nei pressi della tendopoli. Cerchiamo di individuare i furgoni sospetti che si avvicinano agli immigrati per caricarli e trasportarli in modo fraudolento sul posto di lavoro. La nostra presenza è un deterrente, siamo collegati con l’ispettorato del lavoro, con la polizia e carabinieri. Da quando promuoviamo il contrasto al caporalato abbiamo istituito un numero verde che funziona per tutta la regione, a cui i ragazzi possono chiamare gratuitamente quando hanno sentore di non essere pagati o pagati in modo irregolare. Questo progetto oramai consolidato ha portato a buoni risultati perché oggi un caporale sa di rischiare sanzioni pesanti e anche l’arresto. In questi ultimi anni molte aziende hanno chiuso o sono state costrette a pagare penali per un valore di oltre 200mila euro in tutta la Piana. Si stanno evidenziando segnali positivi per un cambio radicale e significativo per i lavoratori, ma ancora siamo lontani dal dire che non c’è nessun tipo di sfruttamento e che gli immigrati possono lavorare regolarmente. La questione dipende anche dal contratto di lavoro agricolo, che è molto particolare, in pratica vige un ordine trimestrale, dove il datore di lavoro segnala all’INPS la presa in carico del dipendente, ma le giornate di lavoro e i contributi sono conteggiati alla scadenza dei tre mesi. Questo sistema può facilmente favorire il lavoro nero in quanto le aziende, in assenza di regolari controlli fiscali, registrano meno giornate rispetto a quelle effettivamente lavorate. La questione è che l’inganno, il dolo sta proprio qui ed è per questo che noi CGIL/FLAI nazionale e territoriale abbiamo lottato perché il contratto dell’agricoltura si potesse modificare e trasformare come un normale contratto di lavoro che vige per tutte le altre categorie. E’ difficile controllare le giornate effettuate dai lavoratori perché a causa di questo sistema trimestrale, alla fine dell’anno vengono dichiarate un numero minore di giornate rispetto a quelle effettivamente lavorate e di conseguenza gli immigrati non hanno neppure l’opportunità di accedere alla disoccupazione agricola, oltre alla precaria copertura per malattia e infortuni sul lavoro. Per concludere possiamo affermare che il caporalato è molto diminuito anche grazie alla legge 199 del 2016, molto è stato fatto, ma ancora non è stato sconfitto.

Nonostante i braccianti siano indispensabili per la nostra economia, i Comuni della Piana stanno adottando la strategia assassina di non concedere il domicilio agli immigrati per costringerli ad andarsene altrove e per disincentivare nuovi arrivi. Alla situazione odierna si è arrivati in conseguenza alla demolizione della baraccopoli del marzo 2019 che ha lasciato allo sbando più di duemila immigrati senza prevedere loro un alloggio, con la perdita del domicilio. E per ultimo con l’abrogazione dei permessi di soggiorno per motivi umanitari, molti immigrati sono finiti nella clandestinità. Nella Piana c’erano 4500 persone tutte con regolare permesso di soggiorno che oggi si ritrovano per strada a prestare il fianco ai caporali, divenendo di fatto non-lavoratori perché senza domicilio e carta d’identità.

Dobbiamo inoltre sottolineare che i sindaci di San Ferdinando e di Rosarno sono stati gli unici a supportare l’ondata migratoria di questi ultimi anni nella piana di Gioia Tauro, perché i comuni limitrofi hanno fatto orecchio da mercante e non si sono fatti carico delle necessità migratorie all’interno della stessa regione. L’immigrazione va sostenuta da una politica sociale, attenta al bisogno delle realtà lavorative, la stessa regione Calabria in questi anni, in merito all’immigrazione, non ha fatto nulla. Solo per smaltire i rifiuti della ex baraccopoli servirebbero 250mila euro e 1milione di euro per la bonifica, un impegno di spesa che solo la regione potrebbe garantire.

L’integrazione con il territorio è difficile perché la raccolta delle arance e dei mandarini dà un’economia non stanziale, in pratica chi viene a raccogliere i prodotti della terra al termine della raccolta se ne va, questi ragazzi seguono i flussi migratori che partono dal Veneto e arrivano in Sicilia, poi dalla Sicilia arrivano in Calabria e di nuovo in Veneto. Gli immigrati che si spostano sono soli, uomini senza la famiglia. Rispetto al nord, dove l’economia della fabbrica offre la possibilità del ricongiungimento familiare, qui solo negli ultimi anni abbiamo visto qualche esperienza di realtà famigliare presente sul territorio. D’altro canto i Calabresi non sembrano avere capito l’importanza della presenza degli immigrati, nonostante essi aiutino l’economia del nostro paese e per la Calabria siano un tesoro immenso.

Il nostro sindacato è da sempre vicino ai lavoratori verificando la veridicità dei contratti e nelle pratiche dei vari documenti, ma in particolare quando succedono fatti gravi, come infortuni sul lavoro o peggio per morte. Nel caso del ragazzo ivoriano Keita Ousmaine, caduto dall’albero settimana scorsa e poi deceduto, subito abbiamo indetto una manifestazione di solidarietà. Come FLAI, essendo il ragazzo assunto regolarmente, quando tutto sarà chiarito perché gli indizi raccolti sono ancora al vaglio degli inquirenti, inoltreremo la domanda di infortunio sul lavoro e provvederemo alle spese funebri e al trasporto della salma nel paese natale. Crediamo giusto e doveroso dare a lui quella dignità e quella legalità che magari non ha trovato in Italia, lui un ragazzo di 22 anni che ha lasciato la terra natale per poter migliorare le proprie condizioni di vita, ma che nella sua terra non tornerà ad abbracciare i parenti.  Perdere una persona, perdere un lavoratore, è davvero molto triste.

Fra le macerie della Baraccopoli smantellata abbiamo recuperato una bandiera della CGIL. Tempo fa, quando la baraccopoli era un grande paese nel piccolo paese di San Ferdinando ricordo le baracche costruite con ogni tipo di materiale e vicino a una di queste sostava un pannello rovesciato a testa in giù della CGIL con la scritta “Più diritti-più dignità-più lavoro”. Le parole come pietre.

Giulio&Gianrica