di Enzo Bianchi
Settimana News
12 maggio 2020

Il dialogo tra cattolici e ortodossi si rivela più complesso del previsto. Nonostante tutto, si è passati dalla diffidenza alla fiducia reciproca.

A che punto è oggi il dialogo tra cattolici e ortodossi? Quanto resta della notte della divisione tra Chiesa d’oriente e Chiesa d’occidente?

Certo, molti sono i cristiani e le Chiese impegnati nel cammino verso l’unità voluta dal Signore, ma il dialogo tra la Chiesa di Roma e le Chiese ortodosse, reso possibile dalla cancellazione degli anatemi del 1054 alla chiusura del concilio, è quello che aveva ridestato più speranze. Speranze ravvivate dall’incontro tra il patriarca di Costantinopoli Bartholomeos e papa Francesco a Gerusalemme (25 maggio 2014) per commemorare lo storico incontro tra Athenagoras e papa Paolo VI (6 gennaio 1964), avvenuto all’insegna del perdono, «segno e preludio delle cose a venire».

A che punto è la notte?

Guardare al cammino percorso significa anche operare un discernimento sul presente, l’esercizio del riconoscimento di un kairòs in cui il Signore visita la sua Chiesa.

In questi ultimi anni siamo testimoni di eventi che se, da un lato, appaiono indicare un futuro percorribile al cammino dell’unità, dall’altro, segnalano una crisi profonda che sembra rendere vani gli sforzi compiuti.

Il 2016 aveva visto succedersi alcuni eventi significativi nei rapporti cattolici-ortodossi: l’incontro all’aeroporto José Martì dell’Avana tra papa Francesco e il patriarca di Mosca Kirill (12 febbraio 2016); la celebrazione del Grande e santo Concilio Panortodosso nel giugno 2016 a Creta, nei giorni della Pentecoste ortodossa; l’approvazione da parte della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, riunitasi in plenaria a Chieti, del documento su Sinodalità e primato durante il primo millennio: verso una comprensione comune al servizio dell’unità della Chiesa (21 settembre 2016).

La ripresa del dialogo ha conosciuto però, se non un arresto (il comitato di coordinamento della Commissione teologica mista continua a riunirsi), uno stallo dopo il conferimento dell’autocefalia alla Chiesa ortodossa d’Ucraina da parte del Patriarcato di Costantinopoli.

Come conseguenza Mosca ha rotto la comunione con Costantinopoli e si è ritirata da tutti i dialoghi teologici presieduti dal patriarcato ecumenico. D’altra parte, la Chiesa ortodossa russa continua il dialogo e la collaborazione con la Chiesa cattolica. Come interpretare questi segni?

Sinodalità e primato

Occorre dare uno sguardo al contenuto del dialogo in corso. Il documento di Chieti riprende l’esame del rapporto tra sinodalità e primato che erano state al centro del precedente documento di Ravenna (Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: Comunione ecclesiale, conciliarità e autorità, 2007).

Il valore del documento di Ravenna sta nel riconoscere la dimensione sinodale in tutta la Chiesa e il suo indissolubile legame con il ministero primaziale, nei tre livelli di comunione: locale (diocesano), regionale e universale. Quello che ancora mancava era la chiarificazione dello statuto ecclesiologico di primato e sinodalità: quali sono i limiti e i modi dell’esercizio dell’autorità da parte dei “primi”?

Restava da studiare «la questione del ruolo del vescovo di Roma nella comunione di tutte le Chiese», la sua funzione in un’ecclesiologia di comunione, e soprattutto come «l’insegnamento sul primato universale dei concili Vaticano I e Vaticano II» poteva «essere compreso e vissuto alla luce della pratica ecclesiale del primo millennio» (n. 45).

cattolici ortodossi

A Ravenna non era presente la delegazione del Patriarcato di Mosca, in dissenso per la composizione della delegazione del patriarcato ecumenico, che includeva un vescovo della Chiesa ortodossa d’Estonia non riconosciuta da Mosca. Proprio sul tema del primato emergevano visioni diverse tra Mosca e Costantinopoli.

Nel 2013 il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa promulgava un documento su La posizione della Chiesa ortodossa russa sul problema del primato nella Chiesa universale, che rimarcava l’eterogeneità dei diversi livelli di comunione ecclesiale (locale, regionale e universale), e argomentava l’impossibilità teologica di un primato universale che non sia semplicemente «onorifico» (con una interpretazione minimalista della nozione canonica antica di primato d’onore).

Indirettamente, il documento di Mosca escludeva ogni forma di primato sull’insieme dell’ortodossia. Al documento rispondeva una nota dell’allora metropolita Elpidophoros di Bursa (oggi metropolita d’America), Primus sine paribus. Una risposta al testo sul primato del Patriarcato di Mosca, in cui si enfatizzava il ruolo primaziale dell’arcivescovo di Costantinopoli all’interno della comunione ortodossa.

Queste diverse visioni teologiche in seno all’ortodossia non impedirono l’approvazione del documento di Chieti che, presente anche la delegazione russa, riprendeva l’articolazione tra primato e sinodalità affermata a Ravenna.

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