«Giuseppe Lavorato è un uomo bello e fiero, l’onestà e il coraggio gli splendono negli occhi, nel viso. Ora capisco cosa vuol dire “a viso aperto”, è il viso di chi dice ciò che deve dire, che non ha da pentirsi per quello che ha fatto e che continuerà a fare». Giorgio Bocca

Nell’ottobre del 2018 Giuseppe Lavorato si schiera a fianco del sindaco di Riace, Domenico Lucano, indagato dalla Procura di Locri in merito alla gestione del sistema dell’accoglienza. Lavorato difende il modello Riace: “Riace dà fastidio perché lì la narrazione della destra, basata sulla paura e sul rancore, si sfalda, mostrando con evidenza le sue mille aporie e falsità. A Riace non trovano posto i primati del sangue e della nazione, superati dalla bellezza di una comunità che condivide un medesimo spazio in cui vivere, lavorare, lottare, amare”.

Abbiamo avuto la fortuna di ascoltare il suo discorso introduttivo al convegno “Appello all’unità per costruire una nuova umanità” organizzato a Lamezia Terme e vedere quanta energia, determinazione e voglia di umanità sia presente in quest’uomo tanto coraggioso.

Sul tema dell’intercultura è un’idea stupida pensare che si può sfuggire a questo confronto, perseguita da quanti dicono per esempio “Non parliamo più di Ius Soli o Ius Culturae perché facciamo il gioco di Salvini” e l’abbiamo verificato perché sfuggire al confronto e allo scontro sul tema che oggi è presente nella realtà del nostro Paese e del mondo, significa lasciare libero campo alle organizzazioni della destra e impedire la mobilitazione delle forze democratiche, mentre noi abbiamo oggi il bisogno che questa veduta interculturale sia impiegata tutta, con passione. Non possiamo nascondercelo è una battaglia difficile. Noi calabresi possiamo dare un contributo importante a questa battaglia perché siamo portatori di un’esperienza unica, di una grande trasformazione, l’esperienza che è partita da Riace e da Mimmo Lucano e poi si è estesa a Camini, ad altri paesi della Ionica, Acquaformosa e alla rete dei Comuni Solidali. Un’esperienza che attrae e affascina il pensiero più progressista del mondo, che affascina e attrae perché è la forza che riesce a coniugare e ad unire il dovere dell’accoglienza con i problemi delle comunità, con i loro difetti sociali, con i problemi del lavoro e della condizione civile dei comuni che accolgono e li sa unire in una prospettiva di sviluppo nuovo. Lo sviluppo di cui teoricamente tanto si parla, ma che solamente in pochi luoghi vediamo concretamente portato avanti e uno di questi luoghi è Riace in quell’esperienza di una crescita nuova, sostenibile su un terreno ambientale e sostenibile sul terreno della giustizia e della coesione sociale, una trasmutazione civile che riapre gli asili nido, riapre le scuole pubbliche, fa rifiorire attività artigianali, commerciali e contadine, che erano considerate spente e crea in questo modo nuove occasioni e prospettive di lavoro. Come diceva Fabrizio de André “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”. Ed anche qui possiamo rinascere, in Calabria, a Riace, grazie all’intelligenza di Mimmo Lucano e delle persone che l’hanno sostenuto e aiutato, un’esperienza che parla all’Italia e al mondo, questa è la forza che noi dobbiamo introdurre nello scontro politico oggi in Italia.
E l’appello di Lavorato, ex sindaco di Rosarno, tuona parlando all’onestà dei suoi concittadini. Da molti anni i cittadini onesti e laboriosi di Rosarno soffrono sulla propria pelle la presenza violenta e sanguinaria della ndrangheta. I numerosi omicidi, le prepotenze, le estorsioni sono l’opera criminale e funesta della ‘ndrangheta.

Da quindici, vent’anni queste violenze si abbattono in forme ancora più gravi sugli ultimi arrivati, le donne e gli uomini scappati dai loro paesi per sfuggire alla fame, alle guerre, alle torture di regimi corrotti e liberticidi: i migranti. Sono in grandissima parte giovani che, per salari di fame, offrono le loro braccia, i loro saperi, la loro generosità alla vita cittadina ed alla sua economia. In particolare alla economia agrumicola, che fino agli anni ’60 dava redditi decorosi ai piccoli e medi proprietari che sono i soggetti sociali prevalenti sul territorio. Nei primi anni ’70 iniziò il cambiamento ed il decadimento economico per concomitanti fattori. La caduta del prezzo del prodotto per l’ingresso nel mercato europeo di arance di altre nazioni del bacino del Mediterraneo, le politiche governative ed europee che, invece di aiutare i contadini a trasformare e migliorare il prodotto, produssero meccanismi perversi che incentivarono le truffe e, soprattutto l’allontanamento violento di quei corretti commercianti che ad ogni inizio di annata agrumaria arrivavano nelle campagne e compravano gli agrumi a prezzo di mercato, conveniente e remunerativo per gli agricoltori. Con intimidazioni e minacce, li allontanò la ‘ndrangheta per rimanere l’unica acquirente ed imporre un prezzo sempre più basso al produttore. E nel corso degli anni si è impossessata di tutta la filiera agricola, dalle campagne ai mercati. A questi introiti si aggiungono altri molto più ricchi e vantaggiosi: traffico di droghe, di armi, attività industriali e commerciali, appalti a cantieri pubblici, estorsioni.

Sono loro che disseminano Rosarno e la Calabria di croci, di morti ammazzati che dissanguano l’economia, violentano la vita civile. Certo, dire questa amara verità in una realtà come la nostra è molto rischioso, ma oggi, solo dopo averla detta, possiamo aggiungerne un’altra. Per molti anni, senza alcun aiuto dei governanti nazionali e regionali, generosi cittadini, associazioni di volontariato, comunità religiose, amministratori, si sono fatti carico di tenere presenti e vivi, nella difficile e degradata e pericolosa situazione del Paese, i sentimenti della umana fratellanza fra comunità di diversa condizione, storia e cultura. Un lavoro che sembra essersi disperso, con il pericolo di un gravissimo arretramento culturale e civile. Rinverdendo una grande e nobile storia di lotte sociali e civili e di solidarietà umana, oggi le donne e gli uomini puliti e generosi che a Rosarno sono presenti e vitali, qualunque sia il loro pensiero politico, devono caricarsi del gravoso compito di risanare le ferite del rapporto con i migranti e combattere assieme a loro la giusta battaglia per liberare tutta la popolazione dalla violenza mafiosa.
Il nuovo inizio può essere la costruzione di una grande manifestazione che raccolga tutti gli studenti dietro lo striscione con la scritta: “SPERIAMO UN GIORNO DI POTER DIRE: C’ERA UNA VOLTA LA MAFIA”

Giulio & Gianrica