Il secondo articolo da Rosarno. I nostri volontari incontrano don Roberto della parrocchia “Il Bosco” che racconta l’attività della chiesa locale.

E perché chiusa?

Il primo incontro di cui vorremmo darvi testimonianza è con don Roberto, che ci ha accolti nella sua parrocchia “Il Bosco” di Rosarno.

Avevo chiesto al Vescovo una terra di missione e mi ha inviato a Rosarno. Conoscevo la situazione perché nel 2010 c’erano stati i “fatti” di Rosarno e la parrocchia proponeva delle esperienze nella piana di Gioia Tauro, ma non sapevo vivessero tanti immigrati a Rosarno, anche perché non mi spostavo molto.
Aiutavo gli zingari, ma la realtà migratoria mi era sconosciuta, mai e poi mai pensavo esistesse una situazione così complessa. Prima del 2010 la parrocchia nostra già proponeva delle esperienze concrete durante il Natale e la Pasqua e gli immigrati venivano a trascorrere queste giornate. Alcuni parrocchiani del consiglio pastorale alle cinque di mattina portavano il latte alle persone del campo, ma noi come preti non eravamo coinvolti direttamente, il mio impegno pastorale della messa mattutina non mi permetteva di accompagnarli in questo servizio. Poi il 6 gennaio del 2010 siamo andati a condividere il pranzo di Natale con loro e dopo quel pranzo, dopo alcuni giorni c’è stata la rivolta.

Quando nel 2012 sono arrivato alla parrocchia “Il Bosco” ero a conoscenza della situazione perché in quell’occasione ci avevano coinvolti proprio nell’aiutare per la ripresa dell’ordine. Abbiamo trovato ragazzi che erano frastornati, noi ci aspettavamo delle reazioni forti da parte loro, ma i ragazzi chiedevano solo aiuto perché molti, pur avendo lavorato, non avevano ricevuto lo stipendio, quindi facevamo da tramite per le trattative con i padroni che ritardavano il pagamento. Erano le prime volte che parlavo con gli immigrati.
Decisamente la Chiesa locale promuove molte iniziative e documenti vari, non si finirebbe mai di scrivere capitoli. Io, essendo solo qui e non avendo il dono dell’ubiquità, non posso andare a verificare cosa si fa sul territorio e in quale modo operano con gli immigrati, ma nel mio piccolo dove sono non ho mai visto nessuno.
Inizialmente ho avuto l’impressione che agli abitanti di Rosarno non importasse nulla della presenza migratoria, solo dopo la rivolta del 2010 è stata messa in luce questa situazione ed hanno cominciato a chiedersi chi era questa gente, come se si fossero svegliati tutto d’un tratto da un lungo sonno, ma da quel momento la situazione è stata veramente difficile, la gente non li sopportava.

In seguito alle denunce delle varie associazioni a favore degli immigrati sono subito seguiti gli atteggiamenti ostili perché il problema non veniva evidenziato come qualcosa da risolvere, ma sempre con la sottolineatura e con lo stile della rivolta, cercando tutte le volte di trovare il modo di rappresentare due fazioni sempre in contrasto fra loro. Per tanto tempo erano vissute le due culture l’una dentro l’altra senza conflitti, generando in qualche modo uno stile: dell’africano e dell’italiano perché ogni volta, quando si parlava economicamente era la “guerra dei poveri”, quando si parlava culturalmente erano “i bianchi e i neri”. E purtroppo questo filone ha coltivato una mentalità del rifiuto, dando voce all’immagine negativa dell’immigrato.
Le varie associazioni, sindacati, patronati di categoria raccontano la loro versione per tirare l’acqua al proprio mulino, una versione che parla degli africani sottopagati e sfruttati. Però è una vergogna che nessuno racconti delle industrie agroalimentari che si presentano sul territorio imponendo il prezzo all’azienda agricola del posto, la quale è costretta a vendere gli agrumi a 20-22 centesimi al chilo, rifacendosi a loro volta sulla mano d’opera a basso prezzo o obbligati a chiudere l’attività. D’altra parte i calabresi sono molto legati ai valori della terra, per gli anziani è sacra, un bene della famiglia, anche se non produce continuano ad investire per l’anno successivo con nuove irrigazioni, concimazioni e tutti i trattamenti necessari, pur sapendo che magari il prodotto non si venderà. Ma è la loro terra.

Il problema alloggiativo è complesso perché nella piana di Gioia Tauro non si è mai pensato a consorzi o cooperative edili e la venuta degli immigrati non ha dato il tempo alle Amministrazioni locali di adeguarsi. Da oltre vent’anni i braccianti che arrivano vanno a vivere vicino ai casolari dove lavorano, oppure in fabbriche abbandonate. Alcune case in affitto ci sono, ma la diffidenza dei proprietari e anche l’impossibilità degli immigrati di pagare regolarmente un affitto, non avendo una continuità lavorativa, crea un malcontento generale.
“Ero straniero e mi avete accolto”. Da noi in parrocchia c’è l’esperienza concreta di quello che si può fare, ma per evitare la reazione di molti che non riescono a condividere il valore dell’altro, pur essendo essi stessi figli di migranti, più delle mie parole lascio parlare il Vangelo. A me non piace usare la parola del Signore come slogan per dire “io lo faccio, noi lo facciamo”, è il Vangelo che parla e l’esempio concreto che promuovo giornalmente.
Purtroppo ancora non ci sono gli strumenti per fare una vera accoglienza e neppure la volontà di creare quei contesti per poter sviluppare progetti di integrazione. Le amministrazioni, i comuni, gli enti preposti hanno investito pochissimo, piuttosto tendono sempre a sostenere aiuti fini a stessi senza investimenti sociali, ma solo assistenziali. Non hanno mai pensato a progetti che tengano veramente conto della realtà che li circonda, un esempio concreto è la tendopoli, sorta per una specifica strategia di mettere gli immigrati in un contesto isolato dal paese.

Perché la nostra Chiesa è sempre aperta. Dovrei domandare a voi “e perché dovrebbe essere chiusa?”. Nella nostra chiesa chiunque può entrare di giorno e di notte. E’ aperta per dire che c’è qualcuno, non solo per quanto riguarda l’aspetto spirituale, ma anche perché ci siamo, siamo qui. E’ aperta perché capita sempre che qualcuno arrivi in qualsiasi orario specialmente da quando non posso più recarmi alla tendopoli con quella assiduità di prima, ora arrivano loro. Non vorrei dire che è un ricovero per la notte però è capitato che siano sbarcati una ventina di ragazzi eritrei, hanno trovato la chiesa aperta e si sono messi a dormire. E la mattina poi sono scomparsi, se ne sono andati tutti via. Mi piace pensare che al loro sbarco abbiano trovato almeno una porta aperta.

Giulio e Gianrica