Un piatto di spaghetti

Abbiamo incontrato il sindaco Andrea Tripodi di San Ferdinando, paese oramai noto a tutti per le baraccopoli e tendopoli dove vivono gli immigrati “stagionali”. In Calabria stanno tornando per la raccolta degli agrumi. Al sindaco eletto nel 2016 dopo un turno elettorale straordinario – si votava infatti al termine di 2 anni di commissariamento per mafia – abbiamo chiesto quali strategie ha messo in campo con la sua amministrazione per migliorare le condizioni di queste persone costrette a subire ogni forma di ricatto, pur di ottenere un misero stipendio.

Il fenomeno migratorio è uno dei temi che dovremmo dibattere in un confronto serio e approfondito perché è un’occasione di elevazione, di crescita, di emancipazione contro ogni forma di barbarie nella quale siamo costretti a vivere. Gli immigrati sono presenti nella Piana di Gioia Tauro dal 2007, poi nel 2010 sono avvenuti i “fatti” di Rosarno e quindi sono stati costretti a trasferirsi nell’area industriale di San Ferdinando, dove è sorta abusivamente la baraccopoli che ha causato la morte di tre ospiti e aggravato la condizione di insalubrità dell’intera area, contribuendo ad esasperare gli animi degli immigrati che gravitavano intorno ad essa, fino alla tendopoli dei giorni nostri. Ma io sono determinato anche al superamento della tendopoli, man mano che i ragazzi escono elimino le tende, proprio ora che arriveranno nuovi giovani per la raccolta delle arance. è una provocazione, ma voglio che anche le autorità competenti in Regione e il Governo affrontino il fenomeno dell’immigrazione nel nostro territorio perché è un problema che dobbiamo porci in tutta la sua complessità. Occorre un ripensamento complessivo di tutta la situazione, che diventi l’inizio di una riqualificazione per tutta l’area, in modo tale che si crei una pianificazione nuova del territorio e una diversa attenzione.

La nostra storia calabrese, i nostri cognomi sono tutti quanti di origine greca, di origine araba, siamo ebrei, siamo normanni. Il popolo mediterraneo quando si siede davanti ad un piatto di spaghetti trova sintetizzata la sua storia. Perché gli spaghetti sono il vicinato mesopotamico, poi gli arabi che sono arrivati tra il decimo e quindicesimo secolo hanno cominciato ad essiccare la pasta, poi c’è stato l’incontro con la pasta spagnola che era al pomodoro fino ad arrivare al basilico proveniente dall’India e dall’Africa.

Non è possibile farci abbindolare da uno come Salvini che parla senza misericordia.

Noi siamo una terra di accoglienza. Questo è il nostro retaggio culturale, qui si parlava la lingua sabir, era l’inglese dell’epoca con la quale comunicavano tutti i popoli del Mediterraneo. Noi abbiamo tutti gli argomenti per fare dell’immigrazione una battaglia culturale e un’occasione di ripensamento critico della Calabria.

Fondamentale è il lavoro che trasforma il territorio e la società in dinamiche relazionali, che favorisce una maggior consapevolezza per ognuno di noi ed è l’unica condizione che consentirà ai migranti l’integrazione e lo status di cittadinanza attiva. Abbiamo una risorsa importante che è la matrice del nostro lavoro, l’agricoltura, che potrebbe far rifiorire ogni cosa. Ma anche il porto di Gioia Tauro, che non dev’essere monopolio di un solo concessionario, ma polifunzionale per permettere di mettere in moto sinergie diverse, coinvolgendo l’economia ed il territorio.

Questo di San Ferdinando è un comune sciolto per tre volte per mafia, mancano molti servizi essenziali, io sono diventato sindaco nel ‘94 la prima volta, quando questo non era neppure un paese, ma un agglomerato che non aveva nulla. Oltre alla ricostruzione materiale, abbiamo dovuto pensare ad una ricostruzione morale. Negli anni ‘60 era un paese contadino, con una sua economia poco al di sopra della sopravvivenza, poi dopo la creazione del porto è divenuto un paese che ha perso l’anima contadina   aprendo le porte agli approfittatori e a tutte quelle logiche di sopraffazione e di speculazione. San Ferdinando è passato velocemente da un’economia tipicamente agricola ad un’economia industriale: è vero si sono create situazioni materiali di lavoro, ma serviva nel contempo realizzare anche una condizione culturale per poter sviluppare nuovi profili professionali.

Abbiamo invitato più volte la Chiesa con il suo vescovo Milito, il presidente della regione Oliverio, l’associazionismo, i sindacati e la scuola, per riflettere e porci degli interrogativi non solo rispetto all’immigrazione, ma anche alla nostra comunità contadina, chiusa e in particolare all’indifferenza e all’allontanamento dei giovani dalla nostra regione.

I giovani molto spesso sono come l’acqua che prende la forma del contenitore. Se ai giovani offriamo degli stimoli, occasioni, possibilità, insegniamo dinamiche di crescita, di riflessioni, i giovani raccolgono e possono esprimere il loro potenziale di intelligenza, di energie e di creazione. Se la società si adegua ai messaggi e alle politiche commerciali, certamente si crea un terreno fertile dove possono attecchire le piante della xenofobia e del razzismo. Noi ci troviamo con molti ragazzi che hanno un loro spessore, ma tanti altri sono condizionati da queste nuove mentalità dell’edonismo, della superficialità ed è un peccato perché sarebbero energie essenziali per creare nuove condizioni, i giovani sono il nostro futuro. Alcune volte mi viene lo sconforto nel vedere persone giovani che ragionano in modo vecchio, in modo anacronistico, inadeguati soprattutto a comprendere gli eventi, la complessità del mondo. E se noi non costruiamo gli strumenti culturali per poter cogliere, capire e celebrare questa complessità, è chiaro che gli eventi li subiremo, non li sapremo governare. Saranno i più furbi, i più capaci a governare e gli altri diverranno delle marionette che si muoveranno secondo indicazioni imposte da una logica di un potere perverso. In tutto questo la scuola è stata molto trascurata, gli insegnanti sono demotivati, non c’è mai stata una politica attenta alla centralità della scuola e soprattutto della formazione.

A San Ferdinando siamo circondati da una grande inadeguatezza per affrontare l’immigrazione. Sono sempre più convinto che anche solo discuterne, parlarne, potrebbe diventare motivo di una nuova consapevolezza e quindi anche di crescita. Inoltre sono fermamente convinto che questa spinta migratoria non si fermerà, semplicemente perché è nella natura dell’uomo spostarsi, soprattutto quando nel proprio Paese non c’è speranza di vita. Noi abbiamo una visione ambivalente degli immigrati, spesso sono guardati con diffidenza perché sospettati di sottrarre risorse agli italiani in un contesto economico ormai endemicamente stagnante, altre volte gli immigrati sono visti come una risorsa insostituibile, perché svolgono mansioni di profilo mediamente più basso, che gli autoctoni stentano ad accettare.

E’ giunto il momento di vedere nell’immigrato la nostra nuova umanità. Gli immigrati sono ricchezza, sono cultura, sono fonte di crescita per il nostro Paese, anche per la Calabria.

Fra vent’anni i nostri nipoti ci leggeranno sui libri di scuola e ci chiederanno conto di questo pezzo di storia. Dove eravamo e che cosa avevamo fatto rispetto all’immigrazione, che è stata motivo di sofferenza per tanti esseri umani. Perché c’eravamo rinchiusi, perché li avevamo considerati inferiori e nemici. Allo stesso modo che oggi ci meravigliamo dei tedeschi che dicevano di non sapere nulla di quello che stava accadendo nei campi di concentramento nazisti.

Giulio e Gianrica