In queste prime settimane ci stiamo impegnando sul territorio con gli immigrati nella ricerca di case in affitto, aiuto nelle pratiche burocratiche, accompagnamento al lavoro per la garanzia di un salario dignitoso. Uno sportello mobile, che giornalmente passa dalla tendopoli ai containers, alla comunità che vive nelle baracche di Taurianova. Spesso si torna alla sera rassegnati perché le richieste dei ragazzi sono molte e l’arrivo dell’inverno aumenta ulteriormente le necessità primarie. Ma condividere con loro un racconto, una storia, una bibita e un panino con due pomodori, ci aiuta a superare gli ostacoli giornalieri e sperare che forse ci sarà per ognuno di loro un futuro migliore.

Giulio&Gianrica

 

Io che… l’equilibrista sul filo

Mi chiamo Abramo, vengo dal Senegal, sono nato a Dakar. Sono orfano di genitori e i miei fratelli mi hanno cresciuto con i valori fondamentali del coraggio, del rispetto, della solidarietà e della fede. Mi sono laureato in scienze economiche e sociali e parlo cinque lingue, sono sposato e ho 3 figli. Ho sempre desiderato di essere io l’attore principale del mio futuro, come l’equilibrista sul filo ho creduto, anche tra mille difficoltà, che è sempre meglio andare avanti e non fermarsi, anche quando si rischia di cadere. Dopo la laurea è iniziato il mio cammino migratorio grazie ad un’offerta di lavoro a Parigi. Dopo due anni sono stato promosso formatore in marketing, era la testimonianza che un africano, immigrato, alla ricerca di lavoro, può farcela senza dover vivere di espedienti giornalieri.

Nel 2009 purtroppo la crisi economica e la recessione costringe l’azienda alla chiusura e mi ritrovo senza nulla. Mi trasferisco in Italia, da alcuni amici a Bergamo e dopo mille peripezie mi ritrovo in Calabria a Rosarno, dove centinaia e centinaia di giovani provenienti da diversi Paesi dell’Africa sopravvivono ogni giorno in condizioni di estrema povertà con lavori nei campi, sottopagati e sfruttati dai caporali, ma soprattutto senza possibilità di integrarsi. Anch’io sono diventato uno di questi poveri, in mezzo all’inferno dell’abbandono.

A Rosarno ho incontrato don Roberto, un sacerdote che aveva bisogno di un interprete inglese e siamo diventati amici. Dopo vari incontri con associazioni e realtà che operano nella Piana di Gioia Tauro e raccontando della mia esperienza lavorativa, ho avuto l’opportunità di un lavoro a Caltagirone, in Sicilia, presso il “Fondo storico rurale don Sturzo”, per divenire operatore di un gruppo composto da ex detenuti e immigrati africani che vivono un cammino di riabilitazione spirituale, morale e familiare. Dopo questa prima esperienza lavorativa mi hanno affidato la mansione di mediatore culturale in provincia di Enna in un Centro di Accoglienza per minori immigrati, 18 ragazzi provenienti da 11 paesi diversi dell’Africa, sbarcati a Lampedusa in condizioni disperate. Ora hanno trovato accoglienza, educazione e il calore della carità, è meraviglioso vedere cosa può fare l’amore. Credo che la mia figura in questo Centro sia stata importante perché ha favorito la convivenza di ragazzi cristiani e musulmani che parlano diverse lingue e dialetti. Un lavoro delicato, pesante, che non dà riposo. Quanto è difficile essere un operatore di pace, ma quanto è bello vederne i frutti della giustizia, in un mondo che non favorisce la riconciliazione e la fraternità. Ho così trovato 18 figli, pur avendone generati 3 che vivono senza di me in Africa. Senza mai arrendermi ho imparato che la misericordia di Dio ogni giorno ci dà la possibilità di rialzarci, di mantenere integri i nostri principi per non farci rubare i nostri sogni di un futuro migliore.

Abramo

Io che… odio i mandarini

Quando iniziai il mio viaggio verso l’Italia, in silenzio durante il cammino nelle zone desertiche parlavo con i genitori che avevo lasciato in Africa, chiedevo aiuto, consigli e forza. Mentre ero in mare, un giorno rischiai di sprofondare e andare giù. Ma qualcuno, una mano grande, mi prese e mi fece emergere e allora guardai il cielo e ringraziai Dio e i miei genitori. Purtroppo era solo una finta salvezza perché ho vissuto due anni in Libia dove noi minorenni eravamo rinchiusi in un capannone per giorni interi, completamente al buio, al punto da avere problemi di vista una volta usciti alla luce del sole, quando era permesso. Della violenza e delle torture non voglio parlarne perché mi fa troppo male.

Oggi vivo a Rosarno in una baracca abusiva nella campagna, pago venti euro al caporale per un materasso buttato per terra in una stanza sporca, ho un cellulare che è la mia vita e una bici che è la mia salvezza. Con la bici posso muovermi, ho messo anche le luci, così la sera è più facile vedermi, visto che sono tanto nero che al buio non mi si vede se non sorrido. Di bianco, infatti, ho solo i denti. Vado in giro tutto il giorno sperando di trovare dei piccoli lavoretti, come vangare un campo, pulire i pollai, trasportare mattoni, in attesa che inizi la stagione dei mandarini, così forse potrò lavorare tutti i giorni. Oggi sono stato fortunato, sono passato dalla Parrocchia di don Roberto e c’erano delle persone che imbiancavano un muro e mi hanno chiesto se volevo dare una mano. Ho lavorato, ho mangiato e mi hanno anche pagato. Grazie.

In questi giorni non sto bene, ho la febbre, ma cerco di curarmi per non perdere la stagione della raccolta, io li amo i mandarini e anche le arance, così tondi, profumati, colorati, ma anche li odio perché so che il mio lavoro non è ben retribuito e ogni padrone, caporale cerca di approfittare dell’immigrato, perché sanno che noi siamo costretti ad accettare qualsiasi stipendio, al “nero” la maggior parte delle volte oppure sottoscrivono un contratto, ma non lo registrano e se lo registrano, dichiarano solo una parte delle giornate che noi effettivamente lavoriamo.

Mi piacerebbe sentirmi integrato ma è molto difficile, direi impossibile qui in Calabria. La prima domanda che ti fanno sempre è: come ti chiami, se hai un nome straniero, questo è la seconda frontiera, dopo la pelle, tra il noi e il voi. Se vivi a Rosarno, hai la pelle nera e ti chiami Yassin vuol dire automaticamente che sei povero, non cristiano, sicuramente musulmano, ed ecco un’altra frontiera. Non conta se hai il permesso di soggiorno, sei in regola, parli perfettamente l’italiano, agli occhi degli altri non sei e non sarai mai un italiano al cento per cento, sei l’altro, quello che vive nelle baracche, quello che raccoglie i mandarini e le arance.

Prima di venire in Italia avevo tanti sogni, ora non sogno più, sono troppo stanco. Ho vent’anni e mi sento vecchio, anzi un sogno ce l’ho: voglio solo essere umano.

Yassin (è un nome inventato perché non vuole farsi riconoscere)