Spuntini libreschi

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30 marzo 2021
di Adriano Marconi


Dal mondo ebraico

 

"Buona festa di Pesach!" è l’augurio che si rivolgono in questi giorni gli Ebrei.


Sì, perché questa è anche la settimana di Pesach, la Pasqua ebraica, festività che dura otto giorni (sette in Israele), in cui vengono ricordate l'uscita dall'Egitto e l'emancipazione dalla condizione di schiavi.


In questa festa, durante il Seder, la cena pasquale, gli Ebrei si riuniscono intorno alla lettura condivisa della Haggadah di Pesach, cioè la narrazione di quegli eventi.
Un racconto che non vuole essere solo un ricordo, ma anche uno spunto per riflettere sul presente, per imparare a essere liberi.

Esistono molte edizioni di questo testo, alcune molto antiche, quasi tutte riccamente illustrate e spesso con l’aggiunta di commento.


Fra le tante, quella curata da Elena Loewenthal (Haggadah - Il racconto della pasqua – Einaudi, 2009, pagg. XXXIV - 154), di cui mi piace riportare la conclusione dell’introduzione; poche righe per riassumere il “segreto” della Pasqua ebraica:


Qui, sta forse il segreto della Pasqua. La sua doppia natura, di festività intima e familiare quanto nessun’altra, grazie alla quale tutto appare chiaro anche a chi ha le idee confuse, è perplesso e smarrito. La Pasqua offre risposte. Commuove. Fa sentire tutti vicini. Eppure, tutto resta avvolto da un alone di mistero: sarà l’ineffabile presenza del numinoso, il pensiero di un Dio che passa sulle case, guarda, distingue, uccide e salva. Sarà lo sconcerto di ritrovarsi catapultati in quel passato così remoto, di sentirsi dentro un rito antico e sempre eguale a se stesso, anche se interpretato ogni volta in un modo diverso, sempre nuovo. È in questa sua natura di nodo nel tempo, di impossibile congiunzione fra lontananze imperscrutabili – il passato di allora in Egitto, il futuro messianico che chissà mai quando verrà – che il seder di Pasqua travolge con una specie di vertigine sentimentale. Entrare, materialmente, nel passato, ma con un piede già nel futuro. Impossibile e tuttavia vero: di generazione in generazione, come si direbbe in ebraico.


Per l’occasione ho pensato di proporre alcuni libri che, pur in forma di racconto, possono aiutarci a conoscere meglio storie (e storia) del popolo ebraico.

Elena Loewenthal in Miti ebraici - Einaudi, 2016, pagg. XIV – 210 mostra come tutta la tradizione ebraica sia intessuta di una ricchezza di infiniti racconti.

Pagine, quelle di questo libro, che, come dice l’autrice stessa nella sua introduzione, “non rappresentano una trattazione esaustiva del mito ebraico, ma più semplicemente una scelta personale e arbitraria di temi entro un panorama vastissimo, di fatto inesauribile. In cui il mito non è simbolo né semplificazione, ma prima di tutto racconto. Fenomeno religioso, se si vuole. Ma prima ancora umano, di quell’umano che ha conosciuto la rivelazione e la vive giorno per giorno nella storia. Quella con la iniziale maiuscola e quella della quotidianità, che di solito storia non fa…”


Racconti che attingono alla Bibbia (la creazione, il paradiso terrestre, Babele, Abramo, Rut …), e che a volte ne ampliano la narrazione (Lilit, la regina di Saba, Elia che vola in cielo, Mosè che non ha studiato abbastanza…).


Racconti sulla vita del popolo ebraico (l’esilio di Babilonia, le tribù perdute di Israele …), sulla sua sopravvivenza dopo la distruzione del Tempio ad opera dei Romani (lo stratagemma di Yochanan Ben Zakkay per fuggire da Gerusalemme assediata), sulle figure eminenti di rabbini (ad esempio Shammai e Hillel) e le loro controversie.


Ma anche racconti su un popolo disperso, sulla diaspora e sulla vita delle comunità in diaspora.

 

E questo mi porta a parlare di alcuni scrittori più vicini a noi che hanno cantato nei loro romanzi la vita del popolo ebraico nella diaspora, in particolare quella degli ebrei dell’Est europeo (gli stessi “cantati” da Chagall nei suoi quadri), ma non solo.

Tra loro i fratelli Isaac Bashevic Singer (Leoncin, 1902 – Miami 1991), vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1978, con i suoi racconti e romanzi scritti in yiddish, e Israel Joshua Singer (Bilgorai, 1893 – New York, 1944) di cui segnalo il bel romanzo, pure scritto in yiddish:


I fratelli Ashkenazi, Bollati Boringhieri, 2011, pagg. 760,
traduzione di Bruno Fonzi.

Siamo a Lodz, a fine 1800 poco più di uno shtetl (villaggio) nella Polonia appartenente all’impero russo. Singer narra di due fratelli diversissimi fra di loro, delle loro vite intrecciate a quelle degli abitanti del villaggio, dei grandi eventi della Storia che attraversano le vite di tutti.

Grande storia e storia minuta per descrivere un mondo che sta mutando e che dopo non molti anni verrà annientato con ferocia.

Una prosa ricca, chiara e scorrevole per un romanzo corale che ci aiuta a capire come l’antisemitismo abbia radici profonde e molto lontane.

Più o meno nello stesso periodo ma in Ucraina, è ambientato (per lo meno inizialmente) il romanzo di Joseph Roth (Brody, 1894 – Parigi 1939).

Giobbe - Romanzo di un uomo semplice, Adelphi, 1992, pagg. 195, traduzione di Laura Terreni.

 

Joseph Roth è sicuramente meglio conosciuto per le opere che raccontano il tramonto dell’impero asburgico (La cripta dei cappuccini e La marcia di Radetzky tra i suoi romanzi più noti).
Ma, ebreo lui stesso, ha anche narrato la dispersione dell’ebraismo orientale.

Su questo versante il romanzo più famoso è sicuramente Giobbe che, come appare chiaro già dal titolo, si ispira alla vicenda biblica narrata nel libro omonimo.


Il protagonista è Mendel Singer, un «uomo semplice» che insegna in una scuola ebraica

di una cittadina della Volinia russa e vive una vita dignitosa nel solco della tradizione.

Un pio ebreo orientale che richiama quelli rappresentati da Chagall: “Portava sempre il suo berretto nero di reps di seta e il caffettano di media lunghezza e gli stivali alti”.

La vita di Mendel cambia a partire dalla nascita del quarto figlio, Menuchim, affetto da minorazioni causate dall’epilessia; da qui in poi difficoltà e disgrazie si susseguono ininterrottamente.


Le circostanze lo obbligano ad abbandonare il suo villaggio (e Menuchim, affidato alle cure dei vicini) per trasferirsi a New York con il resto della famiglia. Qui, in un mondo in cui si sente totalmente estraneo, Mendel si ritrova solo dopo che la moglie, la figlia e figli sono, uno dopo l’altro, toccati dalla guerra, dalla morte, dalla pazzia.


È sempre più difficile per Mendel accettare tutta questa sofferenza e più forte la tentazione di abbandonare la fede dei padri, fin quasi ad arrivare a pensare di dar fuoco allo scialle rituale ed ai libri sacri. Ma Dio non ha dimenticato Mendel: la ricompensa per le sofferenze patite arriverà in modo inaspettato.

Il libro si chiude con il profondo sonno di Mendel, carico del “peso della felicità e della grandezza dei miracoli”. Un romanzo bello e toccante, raccontato quasi come una favola.


Solo una breve citazione che rende bene il tono della narrazione e la fiducia in Dio che nutre i personaggi principali: Deborah, la moglie di Mendel, si mette in viaggio con pochi soldi che non vuole “sprecare” fermandosi in una locanda… Ma la pioggia mette a rischio questa sua intenzione.

“Deborah calcolò che aveva ancora quattro ore di viaggio davanti a sé; se non smetteva di piovere, doveva far tappa alla locanda e asciugare le coperte, bere un tè e mangiare le ciambelle ai semi di papavero, anch’esse ormai impregnate d’acqua, che aveva portato con sé. Questo poteva costare cinque copechi, e cinque copechi non sono da buttar via. Dio si rese conto e smise di piovere”.

 

Per ultimo il romanzo di un autore contemporaneo: lo scrittore e sceneggiatore svizzero Charles Lewinsky, nato nel 1946 a Zurigo, che ne

La fortuna dei Meijer, Einaudi, 2007, pagg. 912 – traduzione di Valentina Tortelli

racconta la saga di una famiglia ebraica nella cittadina di Endingen, che ha inizio nel 1871 e si snoda per oltre 70 anni attraverso quattro generazioni.
Le vicende della famiglia Meijer (amori, momenti di felicità e di disperazione, difficoltà ad integrarsi, cambiamenti…) si intrecciano con la storia dell’Europa nel passaggio tra il secolo XIX e il XX.


Anche in Svizzera, nella neutrale Svizzera, forse il destino di una famiglia ebraica non è del tutto al riparo dalle tragedie della Storia.

Non fatevi spaventare dalla mole: il libro è ben scritto ed anche avvincente.