Ramadan. Spreafico: più conoscenza dell'islam per far crescere la comunione di vita

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Gianni Cardinale
15 aprile 2021

@Avvenire.it


Il vescovo presidente della Commissione episcopale Cei per l’ecumenismo e il dialogo: nel nostro Paese è già radicata una convivenza nel quotidiano. Il Ramadan è testimonianza di genuinità della fede

Eccellenza, come guardare e come accompagnare, da cattolici, questo periodo particolarmente intenso per i fedeli islamici?

Quello cominciato martedì è, per i musulmani tutti e quindi anche per quelli italiani o che vivono nella Penisola, un momento di testimonianza della genuinità della loro fede. Per gli islamici, è il cuore del loro anno rituale, come lo è per noi la Pasqua. Si tratta di un tempo di preghiera e digiuno. E può essere letto come un segno, che diventa istruttivo anche per noi, di separazione da se stessi per sottolineare il legame con Dio rinunciando a ciò che nella vita quotidiana sembra indispensabile ed essenziale. In questo tempo di pandemia il digiuno può anche essere letto come un invito ad essere più solidali con gli altri.


Concretamente le nostre comunità come possono solidarizzare con gli islamici che vivono un momento forte della loro fede?


Ciò può avvenire nella vita quotidiana. Nelle nostre città, nei nostri borghi è già radicata una convivenza quotidiana. Lo vedo qui a Frosinone dove i figli delle famiglie musulmane e delle famiglie cristiane frequentano le stesse scuole. Certo, a volte ci sono pregiudizi da entrambe le parti, ma poi nel condividere la vita quotidiana possono essere superati. Ciò detto, quello che manca è approfondire questa mutua conoscenza che potrebbe aiutare a fare crescere quella comunione di vita, quella convivenza che in tanti auspichiamo. Mi sembra che nel nostro Paese ci siano diversi segni in questa direzione. Ma questo non ci esime da continuare e approfondire questo cammino. Anche perché una sempre maggiore integrazione con le comunità islamiche già radicate in Italia potrà certamente favorire quella dei profughi musulmani che continuano a raggiungere il Paese.


Integrazione, insieme ad accoglienza, sono le parole chiave spesso invocate da papa Francesco quando parla del fenomeno migratorio.

A parte alcuni episodi abbastanza circoscritti, mi sembra che in Italia, ripeto, ci sia un impegno per favorire l’integrazione che coinvolge movimenti e parrocchie. Nella nostra diocesi, ad esempio, abbiamo fedeli islamici che ci aiutano a servire come volontari nella mensa per i poveri oppure nelle parrocchie. Altrove ragazzi musulmani partecipano alle attività degli oratori, nel pieno rispetto della loro fede. La sfida del progetto dei corridoi umanitari è un segno che l’integrazione è sempre possibile, anche per famiglie che provengono da situazioni particolarmente difficili e di grande sofferenza.


Il Pontefice, con parole e gesti, sprona il mondo cattolico in questo processo di integrazione.

Papa Francesco ci ricorda che l’incontro e la relazione sono fondamentali nel dialogo e per la pace. Senza questo rapporto personale, anche documenti importanti rischiano di fermarsi agli esperti ma non entrano nel patrimonio comune delle nostre comunità. Il Documento sulla fratellanza umana di Abu Dhabi, accompagnato dai viaggi negli Emirati e dagli incontri in Egitto e a Roma con la più grande autorità sunnita al-Tayyeb, il recente incontro con il leader sciita al-Sistani nella città santa di Najaf in Iraq, costituiscono nel loro insieme un grande segno, anche profetico. Infatti, in un mondo globale, ma insieme frammentato e a volte violento, il Papa con il suo magistero accompagnato da gesti concreti ci mostra che è davvero possibile costruire una convivenza che, pur mantenendo le innegabili diversità, aiuti a promuovere la pace.