Transfuga, non traditore. Memoria di Jovo Divjak, il “giusto” di Sarajevo

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Daniele Rocchetti
22 aprile 2021
@Diario di un Laico 


"Esplosioni di nazionalismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc. sono tra i fattori più dirompenti della convivenza civile che si conoscano (più delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la cultura, l’economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre che la politica o la religione.
Occorre quindi una grande capacità di affrontare e dissolvere la conflittualità etnica. Ciò richiederà che in ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri “traditori della compattezza etnica”, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili.”

Così Alex Langer al punto otto (“dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono ‘traditori della compattezza etnica’, ma non ‘transfughi’”) del suo splendido “Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica”.  Un elogio della categoria del “tradimento”, un invito a rompere il muro del rigurgito identitario di ogni genere fatto da un uomo senza frontiere, sempre un passo in avanti, nato in terra di frontiera, a Sterzing/Vipiteno, in Trentino Alto Adige/Sud Tirolo. Cresciuto in un luogo di diversità linguistica e di forte contrapposizione etnica, Langer aveva capito presto il pericolo del particolarismo che inocula negli uomini – anche a quelli che pensano di esserne immuni –  il germe del settarismo.

Mi ha commosso sapere che Sarajevo gli ha concesso nei giorni scorsi la cittadinanza onoraria – il riconoscimento ufficiale più importante della città –  per il suo ostinato impegno per la pace nella ex Jugoslavia e soprattutto a difesa della città durante la guerra del 1992-1995. Ce lo siamo già dimenticati o forse non ce lo siamo mai ricordati ma la capitale della Bosnia subì, da parte delle formazioni militari serbe, l’assedio più lungo della storia moderna, più lungo ancora di quello di Leningrado: dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Chi tenne il conto, racconta che vi furono 329 esplosioni al giorno, con un massimo di 3.777 bombe sganciate il 22 luglio del 1992. Alla fine dell’assedio la popolazione civile era il 64% di quella precedente alla guerra: 12.000 i morti, 50.000 i feri, l’85% tra i civili. Alex Langer (che morì l’anno prima della fine dell’assedio) fu tra i pochi che cercarono di tenere desta l’attenzione dell’Europa su quanto stava accadendo in quella terra martoriata. 
  
E mi ha commosso sapere che la candidatura di Alex era stata proposta da Jovan “Jovo” Divjak, morto proprio nei giorni scorsi. Jovo Divjak probabilmente è un nome sconosciuto ai più eppure ha incarnato nel migliore dei modi quel profilo di “transfuga ma non traditore” tanto amato da Langer. Nato a Belgrado, in una famiglia  serba, di fede cristiano ortodossa, Jovan (soprannominato “Jovo” dai sarajavesi), colonnello dell’Armata Popolare Jugoslava, nel 1992 aveva deciso di disertare e di passare dalla parte della Bosnia che alla dissoluzione della Jugoslavia si era dichiarata indipendente ed era stata coinvolta nella guerra civile. Una posizione complicata la sua: accusato di tradimento dai serbi e guardato con sospetto dai bosniaci. Eppure, disse qualche anno dopo, era stato “naturale stare dalla parte di coloro che erano sotto attacco, che non avevano armi”. Disertare le truppe jugoslave “era l’unica cosa giusta da fare. Era mio dovere, morale e personale. Noi siamo chi scegliamo di essere e l’identità non è immutabile. La mia scelta è stata la Bosnia Erzegovina”. 

A Jovo gliela fecero pagare cara: senza accuse lo rinchiusero un mese in carcere, subì il ricatto dell’arresto di un figlio, ricevette da più parti minacce e fu vittima di un attentato.

Quando andai a Sarajevo vidi sue fotografie appese in molti luoghi pubblici perché Jovo – campione dei rinnegati per i fanatici serbi e isolato dai capi musulmani – fu sempre “protetto e protettore dei civili, di quella resistenza quotidiana, di donne soprattutto, in cui confidava. Lasciati i gradi – ma era ancora “il generale” per eccellenza, “legenda” – aveva dedicato la sua formidabile energia e il suo prestigio all’assistenza e all’educazione degli orfani di guerra e dei minori più bisognosi” (Adriano Sofri), un’associazione – Obrazovanje Gradi BiH (L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina) – che ha permesso ad oltre cinquantamila ragazzi di ottenere borse di studio per continuare gli studi. 


Ancora oggi, se si vuole tentare di decifrare il conflitto nella ex Jugoslavia bisogna leggere il suo bellissimo “Sarajevo mon amour” scritto con Florence La Bruyere, pubblicato nel nostro Paese dall’editore Infinito con una bellissima introduzione di Paolo Rumiz.

Nel libro scriveva: «Vivo da 40 anni nello stesso quartiere, a Sarajevo, a due passi da un’antica chiesa ortodossa e da una moschea del XVI secolo. E salendo appena, da casa mia, raggiungo il seminario cattolico. Prima della guerra, quest’armonia, nata dalla differenza, si ritrovava nella vita d’ogni giorno… Sarajevo m’ha aperto gli occhi. Ero stupito nel vedere una città così ricca di grandi qualità umane, soprattutto la tolleranza e la generosità».

Onore e memoria ad un uomo che, pagando di persona, ha deriso le pretese “etniche” e ha mostrato che è possibile lavorare per costruire una convivialità delle differenze. 

Lezione per la Sarajevo di ieri e per le nostre città di oggi.